Raccontare il vino ai giovani: la sfida culturale degli enologi di domani
di Andrea Pizzolato
Il Forum di Assoenologi svoltosi lo scorso marzo nella splendida cornice di Palazzo Medici Riccardi a Firenze su “Vino e giovani” è stato un evento di grande rilievo per la nostra associazione perché ha permesso di dare voce a noi della Sezione Giovani su un tema di cui siamo oggetto e soggetto allo stesso tempo. Rappresentiamo infatti certamente il futuro di questa professione ma anche e soprattutto il presente, per cui ci impegniamo attivamente ogni giorno al fine di scrivere un’altra grande pagina della storia del vino italiano. Se il nostro Paese è il più vecchio d’Europa, per età media, ed è uno dei più anziani al mondo, ci spetta ancor più il compito di raccontarci per creare spazi e opportunità in un mercato in continuo cambiamento. Come mai nella storia si susseguono generazioni diverse in tempi brevissimi, tale per cui un Millennial ha già difficoltà a comunicare e a comprendersi con un Gen Z, siamo tutti mondi nuovi e in costante evoluzione e ruotiamo attorno al nostro centro, il vino, in maniera diversa. Cambiano i costumi, cambia la società, cambiano le piattaforme di socializzazione, cambia tutto ma il vino è il nostro fattore comune e dobbiamo proteggerlo e valorizzarlo, perché potrebbe essere l’ultimo vero trait d’union tra generazioni. In questo contesto storico per la prima volta una nuova generazione beve meno vino della precedente, per una insolita, e direi innaturale, attenzione ultra-salutista che spinge i giovani non a un consumo moderato, da sempre proposto da noi enologi, ma sempre più spesso a una eliminazione totale del consumo di alcolici; questo è testimoniato dal nuovo fenomeno dei “Sober party”, eventi in cui ci si incontra si balla e si socializza ma senza il consumo di alcolici.
Una società iper-sobria, iper-razionale…iper-triste?
Curioso il caso apparso qualche mese fa sulla stampa che riporta uno studio dell’Università di Berkeley (California) dove è stato osservato che gli scimpanzé selvatici nel sito di ricerca di Bulindi, in Uganda, si nutrono di frutti fermentati della palma da rafia, ricchi di zucchero e alcol. I dati indicano che gli scimpanzé consumano regolarmente frutta fermentata, arrivando ad assumere una quantità di alcol paragonabile a circa un bicchiere di vino (conoscono già la dieta mediterranea, pazzesco). Il consumo di questa frutta fermentata avviene spesso in gruppo, suggerendo un aspetto di convivialità e socialità simile a un “happy hour”. Nonostante le quantità, gli studi indicano che gli scimpanzé non sembrano ubriacarsi regolarmente, ma sono in grado di gestire il consumo, probabilmente grazie ad adattamenti evolutivi. Questa scoperta rafforza l’ipotesi della “scimmia ubriaca”, secondo cui l’attrazione umana per l’alcol ha radici evolutive antiche, risalenti a quando i nostri antenati primati si nutrivano di frutta fermentata caduta al suolo, ricerca per altro ben riportata in uno storico simposio Assoenologi di qualche anno fa a Napoli sul tema “vino e salute”. Voglio pensare che questa strana attenzione dei giovanissimi per la salute sia una sorta di bilanciamento evolutivo rispetto alle esagerazioni degli ultimi decenni e che a breve tutto tornerà nella rotta giusta, con più consapevolezza ed equilibrio; noi enologi riguardo a questo siamo sempre stati dei paladini e quindi non possiamo che accoglierlo di buon grado. D’altronde non possiamo certo rimproverare i giovani se hanno smesso di bere tanto, fumare, drogarsi e invece studiano, viaggiano e fanno attività fisica stando attenti all’alimentazione!
Io ho studiato enologia e non sociologia, però dico sempre che tra i miei nonni e l’uomo di Neanderthal c’era meno differenza che tra me e mio nonno come stile di vita, quindi tutto è cambiato e se è vero, che il vino è la massima espressione dell’uomo sia nell’arte sacra che in quella pagana come riportato da Sgarbi in un Congresso Nazionale Assoenologi di qualche anno fa a Verona, ecco che anche il vino sta mutando in mille direzioni. Se non vogliamo trovarci ad andare a fare promozione sul vino nelle RSA o negli ospedali abbiamo il dovere di trovare il giusto linguaggio per parlare del vino alle generazioni in forme nuove ma che non ne snaturino il contenuto. In questa società plastificata e consumistica il vino rappresenta valori antichi che paiono desueti, come il rispetto per la natura (quello vero non quello dei neo ambientalisti dell’ultima ora), il sacrificio e il saper attendere, la cultura intesa come sapere collettivo, e poi anche, ed a mio avviso è il tema centrale: la spiritualità. Tutti che parlano di cultura, mai qualcuno che parli di spiritualità! Nessun alimento può considerarsi spirituale quanto il vino, per questo viene preso di mira da una parte del mondo super-healthy-razionalissimo. Parlare di spiritualità oggi appare quasi disdicevole, la religione è forse una parola tabù per molti ambienti tech-illuministi ma allora, come mi ha detto un caro amico giornalista, del vino ce n’è ancora più bisogno! Questo per la sua capacità di trascendere dal mondo immanente ed evocare luoghi fisici o dell’anima, ricordi intensi o molto più semplicemente il piacere di condividere del tempo con le persone care. Noi continueremo in questa opera di divulgazione attiva con grande coesione, impegnandoci affinché oltre al progresso scientifico che ha trovato le risposte per un miglioramento qualitativo costante del prodotto siamo testimoni di nuove forme di valorizzazione del vino nel contesto sociale.
