Montorsi: bisogna distinguere tra abuso e consumo moderato

di Riccardo Cotarella

C’è un momento, all’inizio dell’intervento del professor Francesco Montorsi, in cui la platea del 79° Congresso nazionale di Assoenologi sorride. Non è una battuta costruita, ma una confessione che rompe immediatamente il ghiaccio e restituisce la misura dell’uomo prima ancora che del medico. “Io non ho alcun conflitto di interesse, non lavoro con aziende di questo campo, faccio un altro mestiere. Dichiaro però un fortissimo conflitto di interesse perché sono un grande appassionato di vino. Non mi sono mai appassionato ai superalcolici, ma di vino sì, di sicuro”. È una premessa personale, pronunciata con sincerità, che dura pochi secondi. Da quel momento in poi prende la parola lo scienziato. Montorsi affronta uno dei temi più controversi degli ultimi anni con l’approccio che caratterizza la medicina moderna: partire dai dati, leggere criticamente la letteratura scientifica, distinguere ciò che è dimostrato da ciò che ancora non lo è. Non cerca scorciatoie. Non offre slogan. E, soprattutto, non pretende di trasformare una questione complessa in una risposta semplice. Il titolo della sua relazione, “Vino e salute: cosa ci dice davvero la scienza?”, racchiude già il metodo. La parola decisiva è “davvero”. Perché negli ultimi anni il dibattito pubblico sul consumo di vino si è spesso polarizzato, oscillando tra chi lo considera un alimento quasi terapeutico e chi, al contrario, tende ad assimilare qualsiasi bevanda alcolica a un fattore di rischio da eliminare. In mezzo, però, esiste il lavoro della ricerca internazionale, fatto di migliaia di pubblicazioni, analisi statistiche, studi osservazionali e trial clinici. È lì che Montorsi invita a guardare. “Il tema di cui parliamo è molto serio», esordisce. “Io parto dalle posizioni delle principali società scientifiche internazionali. Queste associazioni di medici hanno degli uffici che studiano tutta la letteratura scientifica su un determinato argomento, la riassumono e prendono delle posizioni”. È il punto di partenza più rigoroso possibile. Non opinioni, ma sintesi delle migliori evidenze disponibili. Il primo elemento che emerge da questa analisi riguarda un limite che attraversa buona parte della letteratura scientifica. Un limite apparentemente tecnico, ma che in realtà condiziona profondamente il dibattito. “Si parla sempre di alcol e non si distingue mai tra tipologia di bevanda”.

È una precisazione che ritornerà più volte nel corso della relazione. La maggior parte degli studi epidemiologici prende infatti in considerazione il consumo di alcol in senso generale, senza differenziare tra vino, birra o superalcolici, senza valutare il contesto alimentare nel quale vengono consumati e, spesso, senza considerare la qualità del prodotto. Una semplificazione inevitabile per molti studi di popolazione, ma che rischia di appiattire realtà profondamente diverse. Montorsi passa quindi in rassegna le posizioni delle principali società scientifiche internazionali. La Società europea di diabetologia e quella di epatologia ricordano come il consumo di alcol debba essere valutato con particolare attenzione nelle persone affette da specifiche patologie. “Se qualcuno è ammalato di una determinata malattia deve saperlo e deve starci attento”. Ma nello stesso tempo, osserva il professore, non esiste ancora una dimostrazione definitiva che consenta di affermare, in termini assoluti, che il vino faccia bene alla salute. Non perché esistano prove del contrario, ma perché arrivare a quella dimostrazione è estremamente difficile. “Il primo motivo è che bisognerebbe fare studi molto lunghi, randomizzati”.

Chi conosce il metodo scientifico sa quanto sia complesso organizzare studi di questo tipo. Significa seguire migliaia di persone per molti anni, controllando stili di vita, alimentazione, attività fisica, condizioni cliniche, fattori genetici e moltissime altre variabili. È uno dei motivi per cui, in nutrizione, le certezze assolute sono molto più rare di quanto spesso il dibattito pubblico lasci intendere. Il professore richiama quindi le raccomandazioni della Società americana di cardiologia, pubblicate ogni anno sulla più autorevole rivista mondiale del settore. Anche qui il messaggio appare molto diverso rispetto alle semplificazioni mediatiche. “Oltre una certa dose bevuta non va bene. Se bevi con moderazione puoi avere o nulla di male o degli effetti positivi”. La parola chiave è moderazione. Non è un dettaglio lessicale, ma il cuore dell’intera discussione.“Il tema della quantità è sempre centrale”. La dose, prima ancora della bevanda, rappresenta infatti la variabile decisiva nella valutazione del rischio. Quando affronta il tema delle malattie oncologiche, Montorsi mantiene lo stesso rigore. La Società americana di Oncologia clinica evidenzia chiaramente come un consumo eccessivo di alcol rappresenti un fattore di rischio per alcune neoplasie. “Per determinate malattie tumorali l’eccessivo consumo di alcol fa male”. Il riferimento riguarda, in particolare, il tumore della mammella nelle donne giovani e alcune forme di tumore del colon-retto. Anche in questo caso, però, il professore richiama l’attenzione su un elemento spesso trascurato. “Anche qui non c’è una distinzione tra la tipologia di alcol”. È una riflessione che invita alla prudenza nelle interpretazioni. La letteratura segnala il rischio associato all’eccesso di alcol, ma continua a trattare nella maggior parte dei casi tutte le bevande come un’unica categoria.

Uno dei documenti più interessanti illustrati durante la relazione arriva direttamente da un ufficio governativo degli Stati Uniti incaricato di elaborare le raccomandazioni dietetiche nazionali. Accanto all’invito alla prudenza per alcune categorie di pazienti, il documento riporta anche dati che meritano attenzione. “Un consumo moderato di alcol può essere associato a una riduzione della mortalità generale”. Montorsi si sofferma anche sul significato dell’espressione “moderate certainty”, utilizzata nel documento. “Vuol dire che il dato è presente ma non è particolarmente robusto per le pubblicazioni che sono uscite”. È il linguaggio della scienza. Non certezze assolute, ma livelli di evidenza che vengono continuamente aggiornati alla luce delle nuove ricerche. Lo stesso documento, ricorda il professore, evidenzia anche una moderata correlazione tra consumo moderato e riduzione delle malattie cardiovascolari. “Sono dati che possono essere letti in maniera positiva”.

Il dibattito si sposta poi sui giovani. Montorsi richiama uno dei più autorevoli lavori pubblicati su The Lancet, dedicato ai fattori di rischio nella popolazione mondiale. Qui la distinzione tra età diverse diventa fondamentale. “Nei giovani un tema importante degli alcolici è il fatto che se la persona ha bevuto troppo e perde il controllo poi può avere un incidente in automobile”. L’abuso, quindi, produce conseguenze che vanno ben oltre gli effetti biologici diretti. “L’eccesso di alcol nei giovani è un problema anche in campo medico”. Negli adulti il quadro cambia sensibilmente. “Tutto dipende da quanto si beve”. E aggiunge una riflessione destinata a tornare più volte durante la relazione. “Chi gode di buona salute di suo crea sempre dei problemi? No”. È il concetto della medicina personalizzata. Non esistono indicazioni identiche per tutti. Esistono persone diverse, con età diverse, patologie diverse e condizioni cliniche diverse. Proprio da questa impostazione nasce uno degli studi più innovativi illustrati durante il congresso.

Una ricerca sviluppata dal gruppo del professor Montorsi al San Raffaele di Milano e attualmente in fase di prepubblicazione, costruita per verificare uno dei dogmi più radicati nella pratica ospedaliera. Per decenni ai pazienti sottoposti a un intervento chirurgico è stato consigliato di sospendere completamente il consumo di vino. “Un dogma antico: entri in ospedale, magari ti è sempre piaciuto bere tutti i giorni un bicchiere di vino in compagnia, vietato bere”. Ma era davvero necessario? “Ci siamo chiesti se questo, da chirurghi, fosse una cosa effettivamente reale, perché tanti nostri pazienti ci chiedevano come dovevano comportarsi”. Per rispondere è stato progettato uno studio clinico randomizzato estremamente rigoroso. Sono stati coinvolti pazienti candidati a differenti interventi di chirurgia urologica, tutti abitualmente consumatori moderati di vino. Attraverso la randomizzazione, metà dei partecipanti ha completamente sospeso il consumo, mentre l’altra metà ha continuato ad assumere un bicchiere di vino rosso Syrah a pranzo e uno a cena per tutto il periodo dello studio. I pazienti sono stati seguiti per tre mesi dopo l’intervento, con controlli clinici, esami ematochimici e approfondimenti genetici. I risultati hanno sorpreso anche gli stessi ricercatori. “Non c’è nessuna differenza in tutte le caratteristiche studiate”.

La qualità della vita è risultata sovrapponibile nei due gruppi. Gli esami del sangue non hanno mostrato peggioramenti. “Non ce n’è uno che va peggio”. Non sono emerse differenze significative nelle complicanze chirurgiche, nella durata della degenza né nella necessità di nuovi ricoveri. Anzi, osserva Montorsi, “i rientri in ospedale sono stati numericamente superiori nel gruppo che aveva completamente sospeso il vino, pur senza raggiungere una significatività statistica”. La conclusione viene formulata con la prudenza che caratterizza ogni ricercatore. “Se continui a bere il tuo bicchiere a mezzogiorno e la sera in ospedale non c’è alcun rischio di avere una complicanza maggiore. Non è che stai meglio, ma non cambia niente”. Non è un invito a bere. È, piuttosto, la dimostrazione che anche pratiche cliniche considerate intoccabili possono e devono essere sottoposte alla verifica scientifica. La parte finale della relazione assume quasi il tono di un appello. Non tanto al mondo del vino, quanto alla cultura della prevenzione.“Ricordarsi le regole della buona pratica clinica”. Per Montorsi significa sottoporsi periodicamente ai controlli medici, eseguire gli esami del sangue, monitorare la funzione del fegato, del rene, verificare l’eventuale presenza del diabete, aderire agli screening raccomandati. “Abbi cura di te”.

Perché il punto centrale, ancora una volta, non è il vino in sé, ma la persona. “Gli studi che sono in corso sono sul tema di quanto sei felice, di come la felicità possa avere un’importanza nella longevità e nella qualità della tua vita”.  Anche questo è oggi un campo di ricerca. Sempre più studi cercano di comprendere il rapporto tra benessere psicologico, relazioni sociali, qualità della vita e salute complessiva dell’individuo. Le conclusioni della relazione si condensano in pochi concetti, ma di grande rilievo. “Non tutti i consumi di alcol sono equivalenti dal punto di vista clinico. Bisogna distinguere tra abuso e consumo moderato. Il vino rappresenta un caso del tutto specifico, è differente dai superalcolici e queste raccomandazioni dovrebbero essere personalizzate”. È probabilmente questa la sintesi più fedele del messaggio consegnato da Francesco Montorsi agli enologi italiani. Non una difesa ideologica del vino, né una demonizzazione dell’alcol. Piuttosto, un invito a restituire centralità alla ricerca scientifica, alla misura, alla conoscenza della persona e alla responsabilità individuale. Perché la scienza, quando è libera da pregiudizi, raramente offre risposte semplicistiche. Ma insegna sempre a porsi le domande giuste.

CHI È FRANCESCO MONTORSI

Professore ordinario di Urologia e direttore della scuola di specializzazione in Urologia dell’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano, direttore dell’Unita Operativa di Urologia dell’Irccs Ospedale San Raffaele e presidente della Fondazione Friends of the European Urology Research Institute, è un’eccellenza mondiale della chirurgia oncologica e andrologica. Nominato nel 2016 Commendatore della Repubblica Italiana, è tra i 150 chirurghi al mondo ad aver ricevuto la prestigiosa Honorary Fellowship dal Royal College of Surgeons of England.