Fumusu, solivano e ciminnisa: memoria ampelografica e identità enologica dell’agrigentino

da L'Enologo Giugno 2026

di Giuseppe Bennardo

Nel panorama vitivinicolo siciliano, la provincia di Agrigento rappresenta un territorio di straordinaria stratificazione storica e varietale. Il volume Fumusu, Solivano e Ciminnisa: uve e vini dell’agrigentino (1930-1934) di Antonio Vetro e Giuseppe Bennardo (Edizioni Medinova) riporta all’attenzione degli enologi un patrimonio ampelografico spesso dimenticato, ma centrale per comprendere l’evoluzione tecnica e culturale del vino siciliano. Già dalle prime pagine emerge l’intento di valorizzare la civiltà contadina e il sapere agronomico locale, con particolare riferimento agli studi di Giuseppe Bonafico pubblicati negli anni Trenta su “Agricoltore Agrigentino”. In un’epoca in cui la viticoltura era fortemente legata alla produzione di vini ad alta gradazione per il mercato del Marsala, Bonafico proponeva una visione tecnica moderna: selezione varietale, attenzione ai portinnesti, miglioramento qualitativo attraverso pratiche agronomiche mirate. Tra le cultivar oggetto di sperimentazione a Ribera figurano varietà precoci e da tavola come Luglienga bianca, Pansa (o Pansé) precoce, Chasselas Doré, Baresana, Regina di Firenze (nota in Sicilia come Inzolia imperiale), Zibibbo o Moscato d’Alessandria, fino alla Ciminnisa, varietà locale a produzione costante. L’elenco riportato nel testo restituisce un quadro varietale ricco e dinamico, dove convivono uve da mensa e da vino, selezioni locali e ibridi francesi.

Dal punto di vista enologico, di particolare interesse è la classificazione dei vini prodotti nell’Agrigentino negli anni Trenta.  Si distinguono:
• Vini bianchi da 15-18% vol., destinati alla produzione di Marsala, ottenuti prevalentemente da Catarratto, Inzolia e Grillo.
• Vini da taglio (14-18% vol.), di colore cerasuolo, ottenuti con il sistema “pesta e imbotta” e macerazioni di 12-24 ore.
• Vini bianchi da consumo diretto (13-16% vol.).
• Vini rosati o chiaretto, prodotti in particolare nelle aree di Grotte, Favara e Palma di Montechiaro.

È evidente come l’obiettivo enologico dominante fosse l’elevata gradazione alcolica, raggiunta attraverso surmaturazione in pianta o concentrazione del mosto cotto. Una logica produttiva coerente con il mercato dell’epoca, ma lontana dall’odierna centralità dell’equilibrio acido-fenolico e dell’espressione territoriale. Il contributo assume ulteriore valore quando affronta il tema della biodiversità viticola. Accanto alle varietà oggi ancora protagoniste – Catarratto, Inzolia, Grillo, Nero d’Avola, Frappato, Nerello – compaiono vitigni ormai marginali o considerati “reliquie” dalla comunità scientifica: Quattro Rappi, Albanello, Insolia Nera, Nave, Perricone, Orisi, Muscatiddaru, Prunesta, Pignolo, Signurina, Giugnala. Tra le uve a bacca nera si citano Calabresi, Catanese, Solivano, Raciminola nera, Grenache, Carignano nero, Aramon.
Questa ricognizione storica offre agli enologi contemporanei uno spunto cruciale: il recupero identitario non è solo operazione culturale, ma leva tecnica e competitiva. In un contesto di cambiamenti climatici e di crescente domanda di autenticità, la riscoperta di varietà adattate ai suoli argillosi e calcarei dell’entroterra agrigentino può rappresentare una strategia agronomica sostenibile e distintiva.

Interessante anche il confronto tra i sistemi di allevamento del passato e le tecniche moderne. Se un tempo la vite era allevata ad alberello con distanza ridotta dal suolo, oggi si privilegiano forme che favoriscono aerazione e insolazione del grappolo, riducendo la pressione delle crittogame e migliorando la qualità fenolica. Il testo evidenzia come molte criticità varietali – bassa produttività, suscettibilità a oidio e muffa grigia, disaffinità d’innesto – possano essere mitigate da una gestione agronomica più consapevole. Per la comunità enologica, Fumusu, Solivano e Ciminnisa rappresenta dunque non solo una ricostruzione storica, ma un invito alla riflessione tecnica. La provincia di Agrigento, con oltre 19.000 ettari vitati già nella prima metà del Novecento, si conferma territorio ad alta vocazione, capace di coniugare tradizione e innovazione. Rileggere queste pagine significa recuperare una memoria operativa: comprendere come si produceva vino, quali erano gli obiettivi tecnologici, quali varietà venivano selezionate e perché. Ma significa anche interrogarsi sul futuro: quali di questi vitigni possono contribuire oggi a definire un nuovo paradigma qualitativo siciliano? In un’epoca in cui il vino è sempre più racconto di territorio, la conoscenza delle radici ampelografiche dell’Agrigentino diventa uno strumento tecnico imprescindibile. Perché l’innovazione enologica, per essere autentica, deve sempre dialogare con la memoria.