Non solo vino. A prendere la scena sono i pastori del Presepe

di Nino d’Antonio

A parte la grotta – che ci rimanda a quella di Greccio per la prima rappresentazione della Natività voluta da San Francesco nel 1223 – tutto è ambientato a Napoli. O meglio nella scenografia più antica della città, riproposta e interpretata dai cosiddetti “pastori”. Una miniera di figure in terracotta, che non hanno niente in comune con la campagna, ma si ispirano, fin dal Settecento, al colorito mondo del lavoro. Dalla mescita di vini all’osteria al ciabattino al falegname al chiosco dell’acqua, fino ai variopinti mercati di frutta e verdure. Così la Natività diventa solo un pretesto per dare spazio a un popolo ricco di fantasia.

Il reclutamento comincia ai primi di settembre, a ranghi ridotti, e va avanti sino a trasformarsi in mobilitazione generale, nelle due settimane che precedono il Natale. Allora non sfugge nessuno e ogni tipo di legame è buono pur di contare su qualche paia di braccia in più. Nipoti e cugini, cognati e “comparielli”, fidanzati e aspiranti tali, non sono mai abbastanza. E per l’assalto finale scendono in campo anche le nonne.

Sono poco più di quindici giorni da vivere sulla strada, sino a dopo la mezzanotte, in piedi, vicino ai palchetti e alle bancarelle, pronti a bloccare il cliente prima che passi avanti, e capire che cosa sta cercando. I più esperti alla vendita, gli altri a fare il pacchetto, a riscuotere il denaro, a vigilare. Ogni tanto un caffè, una “presa” di anice, un giro intorno al falò per vincere il freddo che la mancanza di un piatto caldo rende più pungente. La cucina tornerà in funzione solo la sera della Vigilia. Sino ad allora si va avanti a panini e pizze, da mangiare a turno, sotto gli occhi fermi di madonne e zampognari, pecore e “pacchiane”.

È uno dei tanti tributi che la gente di San Gregorio Armeno paga al suo antico mestiere di fare pastori. Il più pesante è quello di un lavoro occasionale, a mezzadria, piuttosto incerto (albero di Natale e pastori di plastica sono sempre in agguato) dove anche l’andamento della stagione ha la sua parte. E se il tempo si mette al brutto, addio.

Perché, ad onta di tutto quello che la storia qui ha profuso a piene mani, chi viene a San Gregorio Armeno lo fa soprattutto per i pastori. La suggestione di queste figurine d’argilla a vivaci colori è tale da vincere qualsiasi richiamo culturale.

Così il corteo delle famiglie e dei tanti appassionati che s’incanala a fatica dal Largo dell’Olmo a Piazza San Gaetano non sa o non ha voglia di ricordare l’antico cardine che raccordava i due decumani. Dal monastero che pure sovrasta la via col solenne campanile barocco, alla casa di Giovanni Mormando o a quella attribuita a San Gennaro. Nel regno di Zì Bacco e di Benino, anche i resti del Foro o le colonne del tempio dei Dioscuri possono finire anonime e confuse ad altre rovine, nella fantasiosa scenografia che ispira l’ennesima grotta della Natività.

È la magia del presepe, che sovvertendo aree geografiche ed epoche storiche, architetture e costumi, trasferisce Napoli in Galilea (o viceversa?), e fa di San Gregorio Armeno, così onusta di passato e di gloria, semplicemente la Via dei Pastori. Perché l’evento nella sua sacralità ha avuto sempre ben poco da raccontare: la grotta della Natività, Maria e Giuseppe, e quel po’di caldo prodotto dal fiato di un bue e di un asinello. Tutto qui. E, in apparenza, tutto in luce. Anche se la scena, carica di mistero e di magia, si fa più incerta ad ogni passo del racconto. Dalla presenza degli angeli all’arrivo dei Re Magi.

Ma siamo sul terreno della fede, e questo legittima la prima ricostruzione dell’evento, quale è reso ancora oggi nel presepe di Greggio, che sarà gemellato, secoli dopo, con Betlemme. Nel borgo in provincia di Rieti, infatti, il presepe è animato con personaggi viventi, tranne il bambino Gesù, intorno al quale continua a fiorire una suggestiva leggenda.

Da questa prima rappresentazione del 1223, ad opera di San Francesco, il praesepium (la mangiatoia) si è fatto strada soprattutto nelle chiese, dove – a parte la sacralità della grotta – il racconto si apre sempre più a temi profani. O meglio, a quella vita da quartiere, variopinta e chiassosa, che caratterizza la Napoli più popolare.

 

FRA PASSATO E PRESENTE

 

Un tempo – e di certo sino al 1945 – a San Gregorio Armeno circolavano ancora le ultime creazioni del Catàro, finemente dipinte dal professore Sapio, che non era pittore, ma musicista al Conservatorio. E sempre in quella stagione, operava Nicola De Francesco, autore di pastori dalla forte espressività, a cominciare dai suoi famosi zampognari e dalle vistose “pacchiane”, dall’aria smarrita e pudica.

Poi, la galleria dei pastori si è estesa a personaggi imprevedibili. Così hanno trovato posto sul presepe Totò, Maradona, la paglietta di Nino Taranto e Donna Sophia, che ha prestato volumi e volto a una florida ostessa. E l’apertura si è via via allargata anche ai politici, da Spadolini a Bossi a Di Pietro a Berlusconi, una folla di soggetti decisamente lontani dall’atmosfera del presepe.

 

Ma quanti sono oggi gli artigiani capaci di fare al meglio un pastore? A costo di deludervi, sono appena tre le grandi famiglie che si dedicano tutto l’anno a questo lavoro. La loro storia è tutta nelle pietre di San Gregorio Armeno, nella sua tradizione, nel richiamo e nelle suggestioni che essa esercita. Vivere qui significa fare pastori, altrimenti è preferibile andar via. È il solo modo per accettare le case decrepite, i muri marciti, le scale sconnesse e insicure. Siamo nella Napoli dei decumani greci, più antichi di Roma. Così, dinanzi al banchetto pieno di madonne, che qualcuno continua a dipingere di celeste, anche l’ambiente più sconcertante può non sembrare tale.

Ma come erano modellati in passato questi pastori? E cosa hanno in comune con quelli di oggi? Direi niente. A parte l’incessante carica di fantasia e il materiale utilizzato. Che oggi è esclusivamente argilla, mentre un tempo i pastori prendevano forma attraverso manichini in filo metallico, ricoperti di stoppa. Perché le teste e gli arti venivano invece modellati in legno dipinto. Poi c’è stata l’argilla, ideale per la riproduzione. Così, da un prototipo definito con ogni cura, si ricavano centinaia di esemplari, realizzati in terracotta. Un materiale che ha favorito non poco l’esplosione dei pastori, grazie ai costi più contenuti.

La grande stagione resta tuttavia il Settecento, che segnerà il punto più alto nella creazione, non tanto del presepe in sé (anche se i musei di Napoli offrono eccezionali esempi di questa tipica architettura) quanto dei pastori. I quali cominciano ad uscire dalle modeste botteghe degli artigiani per trovare spazio nei laboratori dei maggiori artisti.

E questo, soprattutto per un imprevedibile interesse (ma direi entusiasmo, passione, mania di ricerca) della nobiltà napoletana. Un fenomeno che trova il suo punto di forza nella passione del re per i pastori. Carlo III di Borbone è infatti un grande e convinto ammiratore del presepe, che allestisce personalmente, accogliendo di volta in volta nuovi soggetti. Ne è prova il fatto che, chiamato per eredità a coprire anche il trono di Spagna, porterà con sé non solo la sua ricca collezione, ma un gruppo di artisti perché trasferiscano a Madrid l’arte del presepe e dei suoi pastori.

Fin qui i trascorsi della Via dei Pastori, che continua a tenere banco per almeno quattro mesi. Per il resto dell’anno, un lungo letargo. Gruppetti di studenti di architettura per i rilievi del monastero e del chiostro (“prezioso per tradizione millenaria e ricchezza di opere d’arte”, scrive Roberto Pane), qualche sparuto turista, occhi avidi e guida alla mano; pochi artigiani rintanati all’interno di quei cortili che testimoniano dello splendore della Napoli aragonese.

Sulle mensole delle botteghe ancora qualche pastore, di quelli che vanno al di là della ricorrenza e possono trovare sempre un compratore, si chiami Roberto De Simone o Peppe Barra, incalliti collezionisti di “pazzarielli”, di castagnari, di acquaiuoli e di ogni altro tipo di venditore ambulante.

Poi solo fiori, migliaia di fiori di carta velina variamente colorata (ma anche qui la plastica avanza) e, dietro i telai di vetro, mani veloci di donne al lavoro. In un’antica bottega qualche statua da restaurare e abbozzi di sculture sacre in cartapesta.

 

UNA MODESTA ECONOMIA

 

Ma quanto costa un pastore? Il prezzo è modesto, dai cinque ai dieci euro. Dipende dal soggetto e dalle dimensioni. E basterebbe da solo ad escludere ogni pretesa d’arte. Eppure, monotono e puntuale, non manca mai chi non accosti i pastori di oggi a quelli del Settecento, con ogni prevedibile conclusione. È un atteggiamento che spesso viene assunto più come pretesto per sciorinare qualche conoscenza in materia (“Volete mettere i pezzi insuperabili del Sanmartino, di Bottigliero, dei due Celebrano…. E i nobili d’Oriente realizzati da Gori, gli animali di Ingaldi dove stanno più…”) che per un oggettivo richiamo al pastore d’oggi.

In realtà fra le due epoche, al di là della diretta filiazione, i legami non vanno oltre il tema e la rappresentazione corale, ispirata alla vita del popolo. E anche sotto questo aspetto, due secoli non passano senza lasciare tracce. Così, trascurato dagli scultori che ad esso si erano dedicati con grande amore, e alleggerito dei costumi che caratterizzavano le varie tipologie, il pastore passa dal ruolo di oggetto di piacere per aristocratici e ricchi borghesi a passatempo per il popolo. Perdendo, in sostanza, buona parte della sua originaria immagine. La mancanza di abili modellatori (i più venivano dalla Reale Fabbrica di porcellane di Capodimonte) e la necessità di produrre in larga misura e a prezzi contenuti – per far fronte al nuovo tipo di clientela – hanno rotto ogni legame tra il pastore d’oggi e i suoi consacrati modelli.

Ne poteva essere diversamente. Il privilegio per pochi si è fatto via via fenomeno di massa, e questo ha le sue leggi. In pratica, il pastore si è rimpicciolito, è diventato tutto di argilla, i vestiti dipinti, le facce sempre meno indagate. Non è più figlio di Sanmartino (l’autore di quel capolavoro che è il Cristo Velato) e di Celebrano. Ed è forse un bene che il pastore d’epoca rimanga una prova chiusa, da non imitare, anche se tuttavia continua ad essere un pezzo di sapore artigianale, realizzato con sapiente manualità, aperto all’invenzione e alla fantasia del modellatore, capace ancora di suscitare remote emozioni.

Guardarlo con occhio severo sarebbe ingiusto. Non vuole accreditarsi per quello che non è. Non ha velleità. Serve, oggi come ieri, a incantare per la semplicità della rappresentazione, la forza del verismo, l’immediatezza del racconto. E non sono requisiti da poco se si pensa che il pastore è interprete di una galleria di tipi fissi (il cacciatore, la lavandaia, l’oste e così via) congelati in precisi atteggiamenti, pena la perdita d’identità del personaggio.

Così gli artigiani di San Gregorio Armeno, non potendo intervenire sulle figure codificate, hanno allargato l’area della rappresentazione attingendo a nuovi brani di vita quotidiana. Perché – occorre ripeterlo? – la narrazione presepiale si regge da sempre sulla stessa folla che anima le strade di Napoli e alle quali questo “teatrino delle voluttà” non manca d’ispirarsi.

Ecco perché accanto a Pulcinella (pare che la sua apparizione nel presepe risalga alla Rivoluzione del ’99) e al tradizionale venditore di cocomeri, troviamo la più moderna figura del gelataio e scopriamo che il “pazzariello” ha assunto la faccia obliqua di Totò.

Privato ormai da tempo di ogni motivazione liturgica, se il presepe continua a vivere non è soltanto per la forza della tradizione. Molto lo si deve a questi artigiani che caparbiamente si tramandano il mestiere nella speranza di un grande ritorno del pastore d’arte. Quello che – sottratto finalmente alle leggi della concorrenza – permetta di dare libero sfogo all’invenzione, modellando pezzi degni del migliore passato.

Qualcuno questa via l’ha già imboccata, ma è un atto di fede. I giovani non sono disposti a credere che le cose cambieranno, perché questa preziosa manualità non vada dispersa.

Il presepe napoletano è di casa in tutto il mondo (e l’entusiasmo con il quale è stato accolto a Parigi ne è l’ultima testimonianza), ma la vita di San Gregorio Armeno continua ad essere difficile. Gli artisti non mancano, e il mestiere è così consumato da consentire a uno di essi di realizzare un presepe, all’interno di un uovo di gallina. Un capolavoro di miniaturizzazione, che è anzitutto un atto di amore per l’insegnamento dei padri.

Sopravviverà San Gregorio Armeno, con il sottile incanto e la dolce commozione che sa darci ad ogni Natale? Ce lo auguriamo. Ma le sorti della vita e dei suoi pastori non dipendono solo da questa gente.

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