QUANDO LA GEOLOGIA ENTRA NEL BICCHIERE
da L'Enologo Ottobre 2026
a cura del Comitato Giovani Assoenologi
La scorsa estate il Comitato Giovani Assoenologi Piemonte e Valle d’Aosta ha organizzato la degustazione guidata “Suoli del Roero”: occasione per approfondire il rapporto diretto tra la composizione geologica del suolo e l’espressione sensoriale del vino. L’evento è stato reso possibile grazie al sostegno di Enopiemonte di Stefano Biglino, sponsor dell’evento, a conferma dell’attenzione che il comparto fornitori riserva ai momenti di formazione e confronto promossi dalla categoria. La degustazione, svoltasi presso Villa Tiboldi, location di Cantine Malvirà, ha visto come protagonista assoluto il Nebbiolo, vitigno identitario del Roero, degustato attraverso cinque etichette provenienti da vigneti impiantati su profili pedologici differenti. Le aziende del territorio hanno messo a disposizione alcuni vini di grande pregio e interesse, e in particolare si ringraziano Hilberg Pasquero, Ghiomo, Giovanni Almondo, Agricola Rabel e Malvirà. A guidare i partecipanti in questo viaggio sensoriale è stato Manuele Priolo, enotecnico e produttore roerino, il cui approccio ha saputo coniugare rigore scientifico e capacità divulgativa, offrendo ai giovani enologi presenti non solo gli strumenti per riconoscere le differenze nel calice, ma anche le chiavi di lettura geo-pedologiche necessarie per comprenderne l’origine. All’organizzazione dell’evento hanno preso parte il vicepresidente di Assoenologi Piemonte Alberto Cane e il rappresentante del Comitato Giovani Andrea Vivalda, affiancati da due giovani soci, Alessio Marenini e Nicole Bernardi.
Il Roero: un mosaico geologico unico in Piemonte
Il Roero rappresenta un laboratorio naturale di straordinario interesse per lo studio del rapporto suolo-vino. A differenza delle Langhe, dove le formazioni sono prevalentemente calcareo-argillose e più omogenee, esso nasce da un’evoluzione geologica più recente e articolata, legata al progressivo ritiro del mare Pliocenico che un tempo occupava questi territori. Questo processo ha lasciato in eredità un mosaico di depositi sedimentari estremamente variegato: dalle sabbie plioceniche, nelle loro varianti gialle e rosse, spesso ricche di resti fossili marini, alle marne più compatte, talvolta impreziosite da inclusioni gessose, fino alle argille azzurre legate a fasi di sedimentazione in ambienti marini più profondi e meno ossigenati, dove le particelle fini si sono depositate in maggiore concentrazione. Diverse storie geologiche, racchiuse in un territorio relativamente contenuto, che si traducono in altrettante modalità di interazione tra la vite e il suo ambiente.
Sabbia: eleganza, drenaggio e finezza tannica
Il primo affondo della degustazione ha riguardato i vini provenienti da suoli sabbiosi, tipici di gran parte del Roero e in particolare dell’areale storico di Canale e delle zone limitrofe. La sabbia, per sua natura, garantisce un drenaggio molto rapido e una scarsa capacità di ritenzione idrica, condizioni che inducono la pianta a sviluppare un apparato radicale profondo alla ricerca di acqua e nutrienti in orizzonti più stabili. All’interno di questa categoria, la degustazione ha permesso di apprezzare anche le sfumature esistenti tra le diverse tipologie di sabbia presenti nel territorio, distinguendo in particolare tra sabbia gialla, con vini dalla spiccata sapidità e sabbia rossa, con note ferrose e quasi ematiche in degustazione. A questo proposito, Priolo ha richiamato l’attenzione dei presenti su un punto tecnico di rilievo: i vini provenienti da suoli sabbiosi, pur risultando spesso i più immediati e godibili nella fase giovanile, tendono nel tempo a perdere parte della loro carica espressiva, complice una dotazione tannica e polifenolica di partenza meno robusta, che ne limita la capacità di sostenere un affinamento prolungato. Questo è un aspetto di massima importanza per l’enologo, per definire strategie e protocolli in cantina.
Marna: longevità, complessità e struttura polifenolica
Il secondo gruppo di vini, ottenuti da vigneti su suoli marnosi, ha offerto un profilo sensoriale sensibilmente diverso: la marna, caratterizzata da una componente argillosa più significativa unita a una frazione calcarea. Priolo ha evidenziato come questa tipologia di suolo tenda storicamente a produrre vini dal maggior potenziale di invecchiamento, capaci di un’evoluzione lenta e articolata in bottiglia. Questa maggiore longevità si traduce in una maggiore sintesi di tannini e di antociani, con un conseguente incremento della componente colorante e polifenolica complessiva delle uve, e in ultima analisi, in vini di maggiore complessità, capaci di reggere con più facilità il passare del tempo rispetto a quelli ottenuti da suoli più fertili e meno impegnativi per la pianta.
Argilla: densità, potenza e frutto più profondo
Il terzo capitolo della degustazione ha riguardato i vini provenienti da suoli argillosi, in particolare da argilla azzurra, formazione pedologica presente in diverse porzioni del territorio roerino e caratterizzata da una struttura fisica molto diversa rispetto a sabbia e marna. Il colore bluastro-grigio di questa argilla è dovuto alla presenza di minerali ridotti in condizioni di scarsa ossigenazione, tipiche di ambienti di sedimentazione marina profonda.
L’argilla, grazie alla sua elevatissima capacità di scambio cationico e alla notevole ritenzione idrica, garantisce alla vite una disponibilità di acqua e nutrienti più costante nel corso della stagione, caratteristica che in annate particolarmente calde e siccitose permette maturazioni migliori.
Il valore della degustazione geo-pedologica
L’evento organizzato dal Comitato Giovani Assoenologi Piemonte e Valle d’Aosta ha avuto il merito di riportare l’attenzione su un tema che, pur essendo centrale nella cultura vitivinicola, viene spesso trattato in modo generico o aneddotico. Comprendere in modo sistematico come le diverse componenti del suolo influenzino la fisiologia della vite, la maturazione fenolica e aromatica delle uve, e di conseguenza il profilo del vino finito, rappresenta uno strumento professionale di grande valore per l’enologo contemporaneo. Questo tipo di conoscenza consente infatti scelte più consapevoli in vigna, dalla selezione dei portinnesti alla gestione della chioma, fino alle decisioni relative all’epoca di vendemmia, e in cantina, dove la consapevolezza dell’origine pedologica delle uve può guidare protocolli di vinificazione più mirati, capaci di valorizzare le peculiarità di ciascun suolo anziché appiattirle. Nel caso del Roero, un territorio che negli ultimi decenni ha saputo costruirsi un’identità sempre più definita accanto alla vicina e più celebre Langa, la possibilità di articolare narrazioni enologiche fondate su differenze pedologiche misurabili e riconoscibili rappresenta anche una leva comunicativa e commerciale di crescente interesse.
Conclusioni
La degustazione guidata da Manuele Priolo ha dimostrato, ancora una volta, come il Nebbiolo sia un vitigno straordinariamente capace di farsi interprete fedele del proprio terroir, restituendo nel calice differenze sensoriali riconoscibili e coerenti con la natura geologica del suolo di origine. Sabbia gialla, sabbia rossa, marna e argilla azzurra emergono così non come semplici categorie pedologiche astratte, ma come vere e proprie chiavi interpretative per comprendere la straordinaria variabilità espressiva del Roero. Per gli enologi e i tecnici di cantina, occasioni come questa rappresentano un invito a proseguire lo studio e l’osservazione sistematica del rapporto tra suolo e vino, in un territorio che ha ancora molto da raccontare. Non va sottovalutato, infine, il valore formativo che eventi di questo tipo rivestono per i più giovani professionisti del settore. Partecipare a una degustazione strutturata secondo criteri geo-pedologici, con il supporto di un relatore capace di guidare l’analisi sensoriale verso interpretazioni tecnicamente fondate, costituisce un’esperienza formativa difficilmente sostituibile con lo studio teorico. È proprio in momenti come questo che la teoria della zonazione vitivinicola trova una verifica concreta nel bicchiere, permettendo ai partecipanti di consolidare un metodo di analisi trasferibile anche ad altri territori e ad altre varietà.


