SACRIPANTE: VERONAFIERE SARÀ ACCELERATORE DI BUSINESS, IDEE E INNOVAZIONE
da L'Enologo Ottobre 2026
di Riccardo Cotarella
In una fase segnata da profonde trasformazioni e incertezze per i mercati globali, il nuovo direttore generale di Veronafiere, Giovanni Sacripante, ha concesso a l’Enologo un’intervista approfondita per analizzare sfide, opportunità e prospettive della filiera, con focus, ovviamente, su Vinitaly. Manager con un ricco background tra multinazionali, Expo 2015 e Figc, torna nel gruppo dove dal 2010 al 2012 era stato direttore commerciale per guidare il nuovo piano industriale.
Con quale visione ritorna a Veronafiere e quali saranno le sue prime linee di intervento?
Torno a Veronafiere dopo quasi sedici anni e in questo tempo ho avuto la fortuna di continuare a lavorare in contesti molto diversi: dalle multinazionali del largo consumo al retail e all’alimentare, da Expo 2015 allo sport, con la Federazione italiana giuoco calcio. Settori diversi, con un filo comune: le organizzazioni crescono quando riescono a mettere in relazione persone, imprese, competenze e mercati, innovando e guardando oltre i confini. Per noi una fiera deve essere un acceleratore di business, ma anche di conoscenza, idee e innovazione. Deve mettere le imprese nelle condizioni di trovare nuovi clienti e nuovi mercati, ma anche di leggere i cambiamenti del proprio settore e di anticiparne, quando possibile, le evoluzioni. Siamo qui da pochi giorni, quindi il primo lavoro è ascoltare, conoscere bene l’organizzazione e valorizzare le competenze che già esistono. Per noi è fondamentale lavorare sul miglioramento continuo e sull’innovazione, preservando la nostra identità. Vale per tutte le nostre manifestazioni, Vinitaly compreso, ciascuna con il proprio carattere.
Guardando all’edizione 2027, in che modo intendete far evolvere il format di Vinitaly?
Il prossimo passo di Vinitaly non sarà semplicemente avere più persone nei padiglioni: si dovrà fare in modo che ogni relazione generi più risultati per le aziende sia in termini di business sia di relazioni, sia anche di semplice posizionamento strategico. Vinitaly ha già dimensioni e autorevolezza internazionali straordinarie. La sfida è continuare a migliorare la qualità di ciò che accade dentro e intorno alla manifestazione. Perché oggi non basta aumentare il numero degli incontri: dobbiamo aumentare continuamente la qualità delle opportunità che quegli incontri generano. Questo significa buyer sempre più qualificati, incontri più mirati e servizi che mettano le aziende nelle condizioni di trasformare la presenza in fiera in opportunità concrete. E significa usare meglio i dati per conoscere gli operatori, capire le loro esigenze e costruire relazioni più efficaci. Vorremmo anche che il rapporto tra un’azienda e Vinitaly non iniziasse all’apertura della rassegna non finisse alla chiusura. Sul format del 2027 porteremo innovazioni su cui stiamo già lavorando, e ne parleremo presto con i nostri clienti, i partner e gli stakeholder. Quello che non cambierà è l’identità: Verona come il luogo in cui il mondo viene a incontrare e conoscere il vino italiano.
Che ruolo assumerà Vinitaly in una fase complessa per il mercato del vino come quella che stiamo attraversando?
Non siamo di fronte soltanto a un problema di domanda, ma a un cambiamento più profondo del mercato. Secondo le stime dell’Organizzazione internazionale della vigna e del vino (Oiv), nel 2025 il consumo mondiale di vino è sceso a circa 208 milioni di ettolitri, con una contrazione del 2,7% rispetto al 2024. Anche l’export italiano ha registrato una flessione, fermandosi a 7,78 miliardi di euro, il 3,7% in meno rispetto all’anno precedente. Gli Stati Uniti restano il principale mercato per il vino italiano, ma le esportazioni verso questo Paese sono diminuite del 9,2% in valore, attestandosi a 1,76 miliardi di euro. Sono dati che raccontano un mercato che sta cambiando profondamente, influenzato dal potere d’acquisto, dall’evoluzione delle abitudini di consumo e dalle tensioni commerciali, ma anche da dinamiche diverse tra Paesi, categorie e fasce di prezzo. Per questo la risposta non può consistere soltanto nel vendere di più negli stessi mercati o nell’aprirne rapidamente di nuovi. Dobbiamo prima capire meglio che cosa sta accadendo: come cambiano i consumi, quali segmenti crescono, come si muovono le nuove generazioni, quali opportunità emergono nei diversi Paesi. Vinitaly può trasformare questa conoscenza in decisioni concrete per le imprese. Vogliamo rafforzare il lavoro di ricerca e analisi su mercati, consumi, prezzi e comportamenti degli operatori, ma soprattutto trasformare questa conoscenza in confronto e strumenti utili per orientare prodotto, posizionamento, comunicazione e distribuzione. Non basta mettere le aziende nelle condizioni di incontrare più clienti: dobbiamo aiutarle a comprendere come stanno cambiando quei clienti e i mercati in cui operano. Vinitaly deve essere il luogo dove il mercato si incontra, ma anche uno dei luoghi in cui viene letto, interpretato e, quando possibile, anticipato.
La strategia d’internazionalizzazione prevede quindi di sviluppare il modello Vinitaly anche all’estero?
Sì, ma non pensiamo a un Vinitaly che si limiti a replicare sé stesso in giro per il mondo. Pensiamo a Verona come al cuore di un sistema internazionale, presente nei mercati durante tutto l’anno. Internazionalizzare Vinitaly non significa soltanto portare il brand Vinitaly nei mercati: significa portare nei mercati la relazione che Vinitaly costruisce a Verona. Il gruppo Veronafiere opera in Nord America, in Sud America, con particolare riguardo al Brasile, paese leader del Mercosur, e in Asia. Per il settore del vino questo si traduce, oltre che in 30 eventi in media l’anno in 15 Paesi con roadshow e preview, in eventi consolidati come, rispettivamente, Vinitaly.USA, Wine South America e Wine To Asia. La Cina è un buon esempio. Oggi è un mercato complesso, che ha attraversato una forte contrazione dei consumi, ma non è un mercato da abbandonare: le analisi sul potenziale del vino italiano continuano a indicarlo come strategico, insieme a Giappone, Corea del Sud, India e altri Paesi asiatici. Serve quindi una visione di medio-lungo periodo.Gli Stati Uniti restano fondamentali, così come Germania e Regno Unito. Allo stesso tempo vogliamo diversificare di più, con un presidio crescente in Asia e in Brasile. Non si tratta di scegliere un mercato contro un altro, ma di dare al vino italiano più porte d’ingresso nel mondo.
Come intende affrontare Vinitaly l’evoluzione dei consumi, dai giovani ai nuovi prodotti come il no alcol?
Il cambiamento delle abitudini di consumo è un dato con cui il settore si sta già confrontando, e noi vogliamo contribuire a comprenderlo ancora meglio. Le nuove generazioni non stanno semplicemente scegliendo prodotti diversi: stanno cambiando occasioni, modalità e significati del consumo. Si muovono inoltre tra categorie del beverage un tempo più separate.
Anche l’attenzione verso il no alcol è un fenomeno da osservare con attenzione, senza pregiudizi: Vinitaly, che ha già aperto a questo segmento, può essere un luogo dove capirlo e discuterne con le aziende. Questo non significa snaturare la manifestazione. Significa rendere il vino più contemporaneo nel modo in cui lo raccontiamo. Questo significa anche ripensare la comunicazione. Non dobbiamo cambiare il vino per parlare alle nuove generazioni, ma trovare linguaggi, codici e contenuti capaci di entrare nel loro mondo, senza semplificare o banalizzare una cultura e una complessità che restano il nostro patrimonio. Abbiamo una ricchezza straordinaria di territori, persone, storie e cultura. Qui l’enoturismo e il dialogo con food, design, lifestyle e ospitalità hanno un ruolo importante. L’obiettivo è che chi si avvicina al vino trovi un prodotto, una cultura e un’esperienza capaci di parlargli e che riesca a trasmettere un’emozione.
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Tra le novità del nuovo corso di Vinitaly, c’è la volontà di dare maggiore centralità alla figura dell’enologo?
Sì, c’è un’opportunità concreta per dare più visibilità a una competenza fondamentale per il vino italiano. Il vino viene raccontato giustamente attraverso il territorio, il produttore e il marchio.
Accanto a questo c’è un patrimonio di competenza, ricerca e innovazione, di cui l’enologo è uno dei principali interpreti. È una figura che mette insieme tradizione, scienza e capacità di innovare. Vinitaly può valorizzare questa dimensione mettendo in relazione produttori, enologi, agronomi, ricercatori, università e professionisti della filiera. Innovazione oggi non significa soltanto tecnologia: significa sostenibilità, gestione dell’acqua, cambiamento climatico, nuovi processi produttivi, ricerca sui vitigni e capacità di interpretare consumatori e mercati. Se vogliamo che il vino italiano resti un riferimento internazionale, dobbiamo esportare non solo bottiglie, ma anche competenze. Vinitaly può contribuire a renderle più visibili, in Italia e soprattutto all’estero.
Con quali parametri misurerete il successo di Vinitaly tra cinque anni?
I numeri contano: una fiera deve crescere e attrarre espositori e visitatori. Ma non pensiamo che il successo si misuri solo con ingressi e metri quadrati. La vera misura sarà la qualità della crescita: più buyer qualificati, più internazionalizzazione, più business generato per le imprese, più capacità di conoscere i mercati e trasformare questa conoscenza in relazioni e opportunità.
E c’è un altro elemento che per noi sarà importante: la capacità delle manifestazioni di vivere oltre i giorni di apertura, attraverso contenuti, relazioni, dati, formazione e attività nei mercati. Non per fare più cose, ma per creare più valore nel tempo. Su una base già solida, vogliamo una Veronafiere ancora più capace di investire, con un’organizzazione e competenze all’altezza delle sfide. Tra cinque anni vorremmo poter dire che non abbiamo semplicemente fatto più fiere. Vorremmo poter dimostrare che abbiamo costruito manifestazioni più rilevanti: per le imprese, perché generano più opportunità; per i mercati, perché li conoscono e li interpretano meglio; e per le persone, perché continuano a essere luoghi in cui incontrarsi, scoprire e costruire nuove idee. In altre parole, vogliamo una crescita non soltanto maggiore, ma di ulteriore qualità.


