Un nuovo Manifesto per il vino italiano: dieci impegni per il futuro

da L'Enologo Settembre 2025

di Riccardo Cotarella

Settembre è, da sempre, il mese che più di ogni altro racconta il vino. È il tempo della vendemmia, il momento in cui un anno di lavoro, di attese e di speranze si trasforma in raccolto. Ma quest’anno sento ancora più forte l’urgenza di guardare oltre. Il vino italiano vive una fase complessa: mercati che cambiano rapidamente, consumatori più esigenti, nuove tendenze di consumo, equilibri produttivi da rivedere. Siamo eredi di una storia straordinaria, di una biodiversità unica, di un saper fare che il mondo ci invidia. Eppure, il rischio è di rimanere prigionieri di schemi passati. Per questo credo sia il momento di lanciare un nuovo Manifesto del vino italiano: un grande patto che unisca tutta la filiera – viticoltori, enologi, cantinieri, consorzi, istituzioni, le venti Regioni, il Governo, gli uomini e le donne del marketing – per dare una direzione chiara e condivisa al futuro. Non un documento simbolico, ma un programma operativo, articolato in dieci impegni concreti che propongo come spunti di riflessione, su cui eventualmente lavorare tutti insieme.

1. Equilibrio tra produzione e mercato

Il futuro del vino italiano passa attraverso una produzione più calibrata e aderente alla domanda reale. Diventa quindi indispensabile avviare un percorso di progressiva riduzione delle rese per ettaro, con l’auspicio di raggiungere un equilibrio che consenta di produrre quanto il mercato effettivamente richiede. Solo così si possono evitare giacenze e surplus che oggi mettono seriamente in difficoltà il settore, deprimendo i prezzi e indebolendo la competitività internazionale. Gli strumenti normativi e di gestione già esistono e sono per lo più in capo ai Consorzi di tutela, ma occorre applicarli con maggiore determinazione e visione strategica. È un obiettivo che richiede collaborazione, senso di responsabilità e spirito di solidarietà anche da parte di chi riesce, ancora oggi, a restare in equilibrio tra domanda e offerta. Produrre meno non significa rinunciare, ma al contrario investire sul valore, garantendo un futuro più solido a tutti i territori, anche a quelli più fragili. Una riduzione equilibrata delle rese, infatti, oltre a salvaguardare la stabilità del mercato, può contribuire ad accrescere la qualità percepita e il valore unitario dei vini, rafforzando l’intera filiera. Diversamente, il sistema rischierà di entrare in una crisi irreversibile che, inevitabilmente, ricadrà su tutti con pesanti conseguenze.

2. Consapevolezza imprenditoriale e analisi preventiva

Sempre più spesso si assiste a produttori, nuovi e navigati, che, senza conoscenze specifiche del settore, avviano o incrementano produzioni di vino per puro entusiasmo personale o per moda, salvo poi trovarsi di fronte a grandi difficoltà nel collocare il prodotto sul mercato. Non si tratta di scoraggiare nuove iniziative, ma di invitare chi vuole intraprendere questa strada ad affidarsi a professionisti qualificati, che possano anche condurre analisi di mercato e fornire indicazioni chiare su quali vini, in quel determinato territorio, abbiano reali possibilità di successo.

3. Collaborazione per un accesso equilibrato al vino

I gestori dei luoghi del consumo del vino affrontano quotidianamente costi significativi – dagli affitti alle spese di gestione – che incidono inevitabilmente sui listini. È comprensibile e legittimo che tali oneri si riflettano sui prezzi, ma in questa fase storica, segnata da incertezze economiche e mercati in evoluzione, diventa preziosa una forma di collaborazione con i consumatori. Una scelta di equilibrio, che eviti rincari eccessivi e favorisca un rapporto di fiducia con le famiglie, preservando il vino come esperienza accessibile e condivisa. Questa collaborazione non è soltanto un gesto di attenzione verso il presente, ma rappresenta anche una visione per il futuro: contenere i ricarichi oggi significa sostenere l’intera filiera domani, garantendo la vitalità dei consumi e la continuità di un settore che è parte integrante dell’identità italiana. Così, anche le nuove generazioni, affascinate dal mondo del vino ma spesso frenate dai costi, possono avvicinarsi senza barriere, senza doversi rivolgere ad altri consumi che non appartengono al patrimonio culturale ed enologico del nostro Paese.

4. Ridisegnare la geografia viticola

Valorizzare i territori con maggiore vocazione e ripensare quelli dove la produzione non trova sbocchi sostenibili. Significa incentivare la riconversione colturale quando necessario, senza paura di cambiare per salvaguardare redditività e qualità. In alcune aree è preferibile ridurre la vite a favore di altre colture più redditizie o di servizi ecosistemici che rafforzino l’economia agricola locale. Solo con un’analisi seria e coraggiosa delle reali potenzialità territoriali si potranno creare basi solide per il futuro.

5. Innovazione di prodotto

Sperimentare nuove tipologie, come vini a gradazione contenuta, per intercettare consumatori attenti ai nuovi stili di vita. Innovare non significa abbandonare la tradizione, ma trovare nuove strade per raccontarla. I mercati internazionali ci chiedono vini più versatili, capaci di accompagnare nuove abitudini alimentari: rispondere a questa domanda senza snaturare l’identità italiana, fatta eccezione per le icone del nostro patrimonio vitivinicolo, è la sfida più ambiziosa e affascinante.

6. Sostenibilità ambientale ed economica

Ridurre l’impatto ecologico in ogni fase della filiera, ma anche garantire redditi equi e stabili a chi lavora in vigna e in cantina. Un vino sostenibile lo è solo se tutela il territorio e assicura futuro a chi lo produce. Inutili e dannose, invece, tutte le stravaganze produttive a cui ciclicamente assistiamo.

7. Formazione e competenze

Investire nella preparazione di nuove generazioni di professionisti: enologi, agronomi, tecnici di cantina, addetti alla promozione. Il vino di domani dipenderà dalle competenze e dalla passione che sapremo coltivare oggi. La formazione deve essere continua, aperta alle innovazioni scientifiche e tecnologiche, ma radicata anche nella conoscenza della tradizione e del patrimonio culturale che il vino rappresenta.

8. Coesione della filiera e promozione coordinata

Rafforzare il dialogo tra chi produce, chi trasforma, chi distribuisce e chi promuove. Le divisioni, sempre all’ordine del giorno, indeboliscono il sistema; l’unità, invece, lo rende competitivo e autorevole. Per affrontare i mercati globali non basta la forza del singolo: occorre una visione condivisa che metta in rete esperienze, risorse e strategie. Serve anche costruire una strategia unica di comunicazione internazionale, capace di raccontare il vino italiano come espressione di territorio, cultura e stile di vita. Non bastano azioni isolate: serve una regia comune e continua. Un “brand Italia” forte e unitario, che valorizzi le diversità locali senza disperdere energie, è l’unico strumento per competere con i grandi Paesi produttori.

9. Tutela della tipicità

Proteggere denominazioni, vitigni autoctoni e vitigni che hanno dimostrato adattabilità ai nostri territori da imitazioni e banalizzazioni. La nostra ricchezza è la diversità: va custodita con norme chiare e controlli rigorosi.

10. Presidio dei mercati emergenti

Investire nei mercati in crescita, dall’Asia all’Africa, senza trascurare quelli consolidati, sui quali, però, ci siamo probabilmente dedicati quasi in esclusiva. L’export è la nostra forza, ma richiede una presenza costante, strutturata e intelligente.

 

Questo Manifesto avrà senso e forza solo se sarà frutto di un’azione coordinata. Per questo propongo un Patto istituzionale nazionale, che coinvolga l’intera Filiera del vino italiano e tutte le venti Regioni in un impegno condiviso, sottoscritto con il sostegno del Ministero dell’Agricoltura e del Governo. Sarebbe un segnale storico di coesione nazionale intorno a un settore che rappresenta economia, cultura e identità. In tal senso, un primo passo importante è avvenuto con il summit convocato recentemente a Palazzo Chigi dal ministro Francesco Lollobrigida, alla presenza della premier Giorgia Meloni e del ministro delle Imprese e del Made in Italy Adolfo Urso. È questa la strada: solo uniti potremo garantire al vino italiano un futuro degno della sua storia.