Cotivare la terra è educare alla vita

di Riccardo Cotarella

“Il nostro laboratorio principale è l’aula più grande del mondo: l’azienda agraria”. Con questa affermazione Patrizia Marini, presidente della Rete nazionale degli istituti agrari – Renisa, sintetizza lo spirito e la visione di una scuola che oggi più che mai si pone al crocevia tra tradizione, innovazione e sostenibilità. L’intervista con Marini si trasforma ben presto in un viaggio attraverso la scuola agraria italiana, i suoi protagonisti e il suo ruolo strategico nella formazione delle nuove generazioni, in particolare nel settore vitivinicolo ed enologico.

Una rete al servizio dell’agricoltura del domani

Renisa è una realtà unica nel panorama dell’istruzione italiana: una rete nazionale che collega circa 300 istituti agrari tra tecnici e professionali, distribuiti su tutto il territorio. Non solo: al suo interno convivono reti tematiche – come quella enologica, forestale e della consulta agraria – che, mantenendo autonomia organizzativa, partecipano a una visione condivisa, cooperativa e moderna della formazione agraria. “La nostra rete è nata da un gruppo di persone che credevano nel cambiamento. Oggi Renisa è riconosciuta ufficialmente dai ministeri, grazie anche a protocolli di intesa e accordi con il ministero dell’Agricoltura, della sovranità alimentare e delle foreste, il ministero dell’Istruzione e del merito e realtà del settore come Assoenologi”, spiega Marini. Il suo ruolo non è solo istituzionale: pur essendo recentemente andata in quiescenza come dirigente scolastico, continua a presidiare la rete, traghettandola verso un futuro dove a guidare dovrà essere un nuovo dirigente “con idee innovative, ma con una salda esperienza agraria, aziendale e magari, chissà, anche specifica nel settore vitivinicolo”.

L’unicità della formazione enologica: il sesto anno e l’identità degli enotecnici

Nel mondo della scuola, il percorso enotecnico rappresenta un unicum: è infatti l’unico corso scolastico in Italia della durata di sei anni. Dopo il diploma quinquennale, gli studenti affrontano un ulteriore anno di specializzazione. “Da poco il ministero ha riconosciuto questo sesto anno come quinto livello del Quadro europeo delle qualifiche (European qualification framework – Eqf), un segnale importante che testimonia l’attenzione istituzionale verso la nostra offerta formativa e la sua importanza per il settore”. Marini insiste molto su un punto: l’istruzione agraria non è una scorciatoia, ma un’opzione solida e ricca di prospettive.
“C’è ancora un retaggio culturale per cui la scuola professionale o tecnica è considerata da alcuni di serie B rispetto al liceo. Ma i nostri ragazzi si formano su temi come la sostenibilità, l’agricoltura 4.0, l’innovazione. E non solo imparano: fanno, mettono in pratica, diventano protagonisti. Perché non si può amare l’agricoltura solo dalla teoria”.

L’azienda agraria come aula e il fascino della viticoltura

Perché un tredicenne dovrebbe scegliere un istituto agrario? “Perché è un mondo che ti forma in modo diverso. I nostri studenti lavorano in azienda, all’aperto, imparano dal fare. L’aula si espande nei vigneti, nei frantoi, nelle cantine, nei laboratori di trasformazione. E il mondo del vino ha un fascino speciale: dalla coltivazione della vite fino all’etichettatura della bottiglia, tutto diventa esperienza formativa”.
L’approccio è olistico: l’agricoltura non è solo tecnica, è cultura. E la cultura passa anche da una conoscenza consapevole del settore del vino. “Già dal terzo anno gli studenti partecipano a approfonditi studi sulle degustazioni, che non sono momenti di consumo, ma parte integrante della formazione sensoriale e tecnica. Sanno come si degusta, conoscono il prodotto, ne apprezzano le caratteristiche e imparano a comunicarlo”. Ne conoscono il consumo consapevole.

Non solo produzione: marketing, impresa e creatività

Nell’era dell’agricoltura multifunzionale, i confini tra campo e mercato si fanno più sottili. “I ragazzi non solo coltivano e vinificano, ma imparano a curare sempre di più la sostenibilità delle proprie azioni, a promuovere, a raccontare un percorso. C’è un grande interesse per il marketing del vino: sanno creare nuove forme di comunicazione, packaging, storytelling visivo e descrittivo. Questo li entusiasma e li rende creativi. Molti dei nostri studenti si scoprono comunicatori prima ancora che agronomi”, spiega Marini.
Anche l’imprenditorialità è un asse fondamentale. “Le normative sull’enoturismo e sull’olioturismo aprono nuove strade: i nostri diplomati possono creare microimprese multifunzionali già al termine del percorso scolastico. Ma per farlo devono avere solide basi culturali. Ecco perché l’approccio tecnico è integrato con quello scientifico: il nostro è un indirizzo ad alta intensità di discipline scientifiche, tecnologiche, ingegneristiche e matematiche”, sottolinea la presidente.

Scuola e futuro: istituti tecnologici superiori, università e nuove generazioni

A chi conclude il percorso scolastico, la scuola agraria non chiude le porte, ma le spalanca verso nuove possibilità. “Almeno il 40% dei nostri studenti prosegue con l’università o con gli Istituti tecnologici superiori (Its). C’è chi sceglie scienze agrarie, viticoltura, biologia, veterinaria. Altri – ricorda Marini – si orientano verso gli Its, con percorsi 4+2 che facilitano l’ingresso nel mondo del lavoro attraverso l’impresa”. La chiave di tutto è l’integrazione: tra scuola e azienda, tra formazione teorica e pratica, tra tradizione e innovazione. “Gli studenti che magari in aula hanno all’inizio difficoltà, fioriscono quando si trovano nei laboratori, nei campi, nelle cantine. Capiscono che la loro intelligenza trova posto altrove. E poi molti scoprono la passione e restano per tutta la vita in questo mondo”.

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Il ruolo educativo del vino: consapevolezza, cultura, responsabilità

Il tema del vino a scuola potrebbe sembrare delicato, ma Marini lo affronta con la chiarezza della pedagogista e l’esperienza della dirigente. “Il vino fa parte della nostra cultura, ma deve essere conosciuto e rispettato. Insegniamo il consumo consapevole, organizziamo degustazioni guidate, e i ragazzi imparano a essere responsabili. A Vinitaly, ad esempio, li portiamo ogni anno, riscuotendo un grande successo negli stand del Masaf , del Mim e delle aziende. Conoscono le regole e sanno cosa devono fare”.
Una lezione che dovrebbe riguardare anche le famiglie. “Oggi i bambini non sanno più mangiare ‘bene’, figuriamoci da più grandi  bere. Molti non conoscono il latte o l’olio extravergine, Molti sono abituati alle merendine. Per questo lavoriamo anche con i genitori, li accompagniamo verso una cultura alimentare e agroalimentare più sana e consapevole”.

Educare alla terra per salvare il futuro

Alla fine dell’intervista, è chiaro che la scuola agraria non è un rifugio per chi non può o non vuole affrontare il liceo. È, anzi, un presidio di innovazione, di sostenibilità, una fucina di competenze per un futuro sostenibile e produttivo. “Chi entra in questo mondo – conclude Marini – difficilmente ne esce. Perché non si tratta solo di imparare un mestiere, ma di scegliere un modo di vivere. E chi coltiva la terra, coltiva anche il futuro”. Un futuro che passa, oggi più che mai, dalla scuola. Dalla scuola che non ha paura di sporcarsi le mani. Dalla scuola che non sta ferma tra quattro mura, ma cresce tra filari, campi, serre, laboratori. E che, grazie a reti come la Rete nazionale degli istituti agrari, guarda al cielo con i piedi ben piantati nella terra.