Frescobaldi: la visione del vino italiano nel tempo che cambia

da L'Enologo Gennaio/Febbraio 2026

di Riccardo Cotarella

In un momento storico in cui il settore vitivinicolo italiano si trova a fronteggiare sfide interne ed esterne di grande portata, il presidente dell’Unione italiana vini, Lamberto Frescobaldi, ha concesso a l’Enologo un’intervista approfondita per analizzare criticità, opportunità e prospettive future della filiera del vino nazionale. Un dialogo che si inserisce in una fase segnata dal calo dei consumi, dall’evoluzione delle abitudini sociali, dalle tensioni sui mercati internazionali e da un dibattito sempre più acceso sul ruolo del vino nella società contemporanea.
Frescobaldi rappresenta una delle figure più autorevoli dell’enologia italiana. Trentesima generazione della storica famiglia toscana dei Marchesi Frescobaldi, una delle dinastie più antiche del vino mondiale, è oggi alla guida di un gruppo che ha fatto del legame tra territorio, qualità e visione internazionale il proprio tratto distintivo. Alla presidenza dell’Unione italiana vini, confermato per un nuovo mandato, Frescobaldi è chiamato a rappresentare un comparto che costituisce uno degli assi portanti dell’agroalimentare italiano e che oggi vive una fase di profonda trasformazione.

Il settore del vino sta vivendo una fase complessa tra calo dei consumi, nuove regole e tensioni sui mercati: qual è oggi, secondo lei, la criticità più urgente da affrontare?
“A questa domanda risponderei con come aumentare il potere d’acquisto delle persone, che dal post-Covid si è molto ridotto. Sono stati tagliati tutti i consumi dei prodotti non essenziali. Il vino è un prodotto stupendo, magnifico, però non essenziale per la nostra dieta e quindi è stato tra quelli che sono stati tagliati, rendendo evidente il calo dei consumi”.
Una lettura netta, che invita il settore a guardare ai dati economici prima ancora che alle dinamiche di mercato: “Non si tratta di una perdita di valore del vino, ma di una conseguenza diretta delle difficoltà economiche che le famiglie stanno affrontando.

Un fattore economico che attraversa trasversalmente i consumatori di tutto il mondo e che trova la maggior complessità proprio nel primo mercato di sbocco del nostro vino, gli Stati Uniti. Le tensioni commerciali generate dai dazi e dalla svalutazione del dollaro sono ulteriore motivo di allontanamento della domanda, per questo tutta la catena produttiva ma anche quella commerciale – e mi riferisco al trade americano – dovrà cercare di limitare il più possibile gli aumenti dei prezzi allo scaffale.
Allargando lo sguardo, infine, non possiamo trascurare l’impatto degli attacchi al vino sotto il profilo della salute. Un tema che ciclicamente si ripropone mentre il settore resta saldo nella promozione di uno stile di consumo basato sulla moderazione. A questo proposito, vale la pena ricordare che il vino non è solo un prodotto di consumo: il nostro settore genera ricchezza, valorizza territori a rischio di abbandono, preserva paesaggi e vale l’1,1% del Pil nazionale. Forse, prima di cercare di demonizzare il vino, dovremmo considerare anche questo”.

In un contesto così frammentato, quanto è decisivo fare rete e rafforzare la filiera del vino italiano, dal vigneto al mercato internazionale?
“È estremamente importante fare rete. Un obiettivo che in Italia non è mai stato semplice per divisioni ataviche e orientazioni sindacali differenti. Eppure qualcosa sta cambiando, mi sembra che ultimamente abbiamo fatto più squadra che in passato, quindi siamo diventati forse più bravini di altri e ci stiamo aiutando vicendevolmente, come mai è accaduto prima. Il settore del vino, quindi, è probabilmente più avanti di altri comparti”.

Il modo di consumare vino è cambiato profondamente, soprattutto tra i giovani: è una crisi del vino o un cambiamento culturale a cui il settore deve saper rispondere?
“Sì e no”, risponde il presidente, invitando a evitare letture semplicistiche. “Se ripenso a quando ero giovane io, intorno ai vent’anni, quando uscivo con gli amici o andavo in discoteca, consumavo superalcolici. E infatti anche oggi i giovani consumano superalcolici”. Ciò che è davvero cambiato, spiega, è il percorso di vita: “Il bilanciamento economico di un giovane non è più come una volta, quando dopo l’università si trovava subito un lavoro e si iniziava a pensare a mettere su famiglia. Oggi questo arriva più tardi, più verso i trent’anni, e quindi tutto si è diluito nel tempo”. Il vino, però, non scompare: “Poi il vino ritorna, torna sulle tavole, non è finito”. Cambiano le modalità: “I nostri nonni erano abituati anche a quantità importanti. Oggi c’è un desiderio di essere in forma, si sta meno a tavola, le case sono più piccole, le famiglie non sono più patriarcali”. La risposta del settore, secondo Frescobaldi, deve essere chiara: “Non è finito il mondo. Dobbiamo saper rispondere con qualità ancora più elevate, per poter soddisfare una persona con un bicchiere piuttosto che con un fiasco”.

Oltre ai mercati storici, quali sono oggi le aree del mondo su cui puntare per il futuro del vino italiano e con quali strumenti?
“Certamente oltre ai mercati storici come il Nord America, i Paesi del Nord Europa e il Giappone, ci sono tante aree che si stanno affacciando, tra queste cito il Sud America che nei prossimi anni ci darà maggiori soddisfazioni. Ma anche l’Africa. Oggi preferisce prodotti più dolci, con residui zuccherini elevati, ma abbiamo visto che negli anni queste preferenze si attenuano”. L’approccio, però, deve essere realistico: “Non è più un’autostrada come prima. Sono stradine dove bisogna arrivare con grande umiltà e dedizione”. Ma le opportunità esistono: «Non buttiamoci giù, ci sono possibilità là fuori”.

Vini dealcolati e a bassa gradazione: rappresentano un rischio per l’identità del vino o una nuova opportunità, soprattutto per intercettare nuovi consumatori?
“In realtà sono due categorie diverse, che spesso mettiamo insieme erroneamente troppo”, chiarisce Frescobaldi. “I vini dealcolati o lo zero alcol sono una cosa, il low alcohol è un’altra. I primi rispondono a esigenze culturali precise per persone o culture che non vogliono l’alcol e preferiscono quasi una bevanda. Bisogna ancora lavorare sulla credibilità di questi prodotti, ma ci si arriverà. Diverso il discorso per i vini a bassa gradazione. Potrebbero essere un’opportunità per avvicinare nuove persone al vino”. E sull’identità è netto: “Non credo ci sia un rischio. Il palato si affina, diventa sempre più interessato a nuovi gusti”. La conclusione è pragmatica: “L’immobilismo è peggio del provare. Diamo un’opportunità a questa strada e fra qualche anno tireremo le fila”.

Che cosa si aspetta dalle nuove generazioni del vino, sia come produttori di domani sia come consumatori, e quale ruolo deve avere oggi il settore nel coinvolgerle davvero?
“È estremamente importante fare vini non solo gradevoli, ma con un’identità”, afferma Frescobaldi. “Che sia l’identità del produttore o del territorio, ma deve esserci una rappresentazione chiara. Io credo molto nella denominazione d’origine, nelle Igt, in tutto ciò che non è solo piacevole ma racconta qualcosa”. E ricorda la natura profonda del vino: “È un prodotto superfluo, ma è un bellissimo superfluo. Ci mette insieme intorno a un tavolo, ci fa viaggiare, ci fa scoprire posti magnifici”. Non a caso, conclude, “non ho molti ricordi di vini molto buoni che vengano da posti brutti. Il bello, il buono e il vino sono molto vicini e vanno di pari passo”.