IL RUOLO DEI CONSORZI PER LA VALORIZZAZIONE DELLE DENOMINAZIONI DI ORIGINE

di Riccardo Cotarella

Nessun Paese al mondo può vantare un così alto numero di denominazioni vinicole. 74 Docg, 332 Doc e 118 Igt rappresentano l’enorme patrimonio di biodiversità e ricchezza territoriale e culturale del nostro Paese, motivo di vanto e orgoglio. Ma circa il 90% del vino a Denominazione prodotto annualmente è appannaggio di sole 76 Denominazioni, le quali hanno un Consorzio che le gestisce. Questo significa che gran parte delle Denominazioni non sono rappresentate e a volte neppure rivendicate. Ciò premesso e considerando che l’eccesso di Doc da motivo di orgoglio può diventare un pericolo, soprattutto nel comunicare il nostro vino al mondo, abbiamo chiesto un parere a Riccardo Ricci Curbastro, dal 1998 Presidente della Federdoc – la Confederazione nazionale dei Consorzi di tutela dei vini a Denominazione di Origine. Il ruolo dei Consorzi di tutela vini infatti risulta fondamentale non solo per la valorizzazione delle denominazioni, ma anche per il sistema dei controlli, al servizio dei produttori e dei consumatori.

Presidente, come vede Federdoc il mondo del vino a Denominazione di Origine italiano? Abbiamo fatto dei progressi o c’è ancora molto da fare?
Ogni vignaiolo e produttore di vino è per natura un ottimista; sarebbe altrimenti impossibile piantare una vigna, attendere quattro anni i primi grappoli e poi ancora altri anni per avere un vino da commercializzare. Quindi, nonostante la pandemia, i dazi dell’ormai ex Presidente Trump, e chi più ne ha ne metta, sono ottimista e guardo con soddisfazione al lavoro fatto l’altro ieri e ieri e, con molta positiva attesa, a quello da fare domani e dopodomani.

L’altro ieri?
Sembra tanto tempo fa, ma è solo con la Legge 61/2010 e poi con il Testo Unico della vite e del vino, che abbiamo potuto considerare concluso il lavoro iniziato dai Consorzi (tra i primi l’enologo e consigliere di Assoenologi Ezio Pelisetti) e disporre di un organico piano dei controlli per ogni Denominazione, dettagliato e sicuro che ne segua il percorso dalla vigna alla cantina e fino alla bottiglia; un insieme di verifiche e dati che permettono di ottenere la completa tracciabilità dei vini a D.O., la garanzia della loro lealtà mercantile nei confronti del consumatore e, soprattutto, una fotografia giornaliera dello stato e dei numeri di ogni Denominazione. Informazioni che oggi consentono ai Consorzi di Tutela una gestione più efficiente e più efficace delle Denominazioni e, all’occorrenza, di attivare le necessarie politiche di regolazione dell’offerta.
Di questo lavoro dobbiamo ringraziare i tanti collaboratori dei nostri Consorzi, che con le loro professionalità hanno permesso prima di costituire e poi di far crescere società di certificazione come Valoritalia, Siquria, TCA e Triveneta, con l’obiettivo di esternalizzare compiti e funzioni in precedenza svolte direttamente dai Consorzi.
Un processo durato anni, grazie al quale oggi disponiamo di un sistema di controlli che garantisce terzietà e professionalità, leggero ma efficiente, allo stesso tempo al servizio di produttori e garanzia per il mercato. Un modello all’avanguardia che tanti nel mondo ci invidiano, per costituire il quale gli stessi Consorzi e Federdoc hanno svolto un ruolo di primo piano.

La gestione dell’offerta è una nota dolente per i Consorzi?
Di fronte alle ricorrenti crisi di mercato, ho già citato lockdown e dazi USA, ma potrei aggiungere la Brexit, è sempre più necessario che i Consorzi di Tutela dispongano anche degli strumenti di regolazione dell’offerta, soprattutto sul fronte del posizionamento di mercato delle denominazioni (osservatori prezzi) e su quello puntuale della produzione in giacenza.
L’attuale DM sui Consorzi di Tutela del comparto vitivinicolo ha peraltro stralciato la previsione del precedente Decreto (il DM 16 dicembre 2010), per il quale gli stessi Consorzi erano equiparati alle Organizzazioni Interprofessionali disciplinate dall’art. 157 del Regolamento dell’Unione Europea n. 1308 del 2013. Ad oggi il nostro obiettivo è di consentire ai Consorzi di essere nuovamente riconosciuti come Organizzazioni Interprofessionali e in tal senso Federdoc sta lavorando a livello europeo in sinergia con EFOW, la European Federation of Origin Wines.
I Consorzi hanno oggi la possibilità di assumere decisioni per coordinare e gestire le attività di commercializzazione e regolare il potenziale produttivo delle denominazioni; uno strumento relativamente nuovo, essendo previsto dal recente Decreto Ministeriale sui Consorzi di Tutela del 2018.
I Consorzi quindi, si stanno già attrezzando per impostare strategie coordinate per valorizzare al meglio sul mercato le DO. Tuttavia, dobbiamo anche considerare che le leve disponibili, come il blocco degli impianti, la riduzione delle rese, il blocco di parte della produzione e via dicendo, mostrano i loro effetti più significativi sul medio e lungo periodo, e quindi spesso non sono in grado di incidere tempestivamente nelle crisi di mercato a carattere congiunturale. Inoltre, e questo vale per tutte le misure con rilevanza economica, da taluni possono essere fortemente sgradite, mentre da altri sono considerate necessarie.
La gestione del consenso intorno a queste misure mette spesso a dura prova la tenuta dei Consorzi che, lo ricordo, sono organismi volontari e non carrozzoni obbligatori per tutti i produttori.

Ci siamo avvicinati a ieri. Vuoi aggiungere qualcosa?
Possiamo dire che la pandemia ha sconvolto l’intera umanità, abbiamo visto la lotta contro la malattia che toglie il respiro, riaccolto i nostri familiari e dipendenti che sono riusciti a sconfiggerla, ma non possiamo dimenticare i tanti, troppi, che ci hanno lasciato, i vescovi e i preti davanti alle file di bare da benedire, Papa Francesco solo nel temporale a San Pietro.
Viviamo le difficoltà delle nostre aziende che vedono gran parte dei loro mercati “chiusi per decreto”.
Il grande lavoro del 2020 è stato quello di cercare di far scrivere e applicare norme che dessero ristoro alle migliaia di famiglie che grazie al vino vivono e prosperano.
Riduzione delle rese, distillazione e stoccaggio, ma anche pegno rotativo che proprio grazie al sistema dei controlli troverà una più facile e meno onerosa applicazione nelle cantine. Devo però ribadire che tutto ciò non basta: da settimane sono preoccupato per i continui litigi sulla composizione del Governo, senza che si parli di misure concrete per le imprese che stanno ancora vivendo la loro spaventosa crisi. Così non può durare!
Inoltre, attendiamo a breve il Decreto che regolerà lo Standard Unico nazionale sulla Sostenibilità nel comparto vitivinicolo, un lavoro che porterà anche al riconoscimento di Equalitas, lo standard fortemente voluto da Federdoc, che già oggi dimostra di essere un riferimento per il mercato; uno standard adottato da numerosi grandi produttori e richiesto dai principali buyer internazionali. Ancora una volta qualcosa realizzato in casa dai Consorzi e non subito sul mercato.

 

 

Quindi non solo cattive notizie?
In realtà proprio no! Si ricordi che abbiamo cominciato con l’ottimismo dei vignaioli e così continuiamo, a dispetto di grandine, gelo e tutto il resto.
Consci che viviamo in un mondo complesso, interconnesso, e spesso privo di quella dote di approfondimento e cultura (leggi “conoscenze”) necessarie per guidare strutture per loro natura complicate e ricche di funzioni come i Consorzi, stiamo investendo per formare le nuove generazioni di quadri e dirigenti, fornendo loro gli strumenti per comprendere cosa è e come funziona un Consorzio di Tutela.
Il nostro obiettivo è stimolare un ricambio generazionale che garantisca, al contempo, continuità delle funzioni e formazione di professionalità evolute, in linea con i tempi che viviamo.
Alcune realtà consortili si sono già organizzate in tal senso ed un esempio è rappresentato dal “gruppo giovani” costituito all’interno del CdA del Consorzio Franciacorta.
In ultimo, da questo mese alcuni giovani produttori sotto i 35 anni siederanno, su nostro invito, nel Consiglio di Federdoc, così come prima dell’estate investiremo in borse di studio per la formazione di dipendenti dei Consorzi, speriamo futuri Direttori. Si comincia dalla cultura del fare Consorzio, cioè aggregazione e scelte comuni.

Però molte Denominazioni sono senza Consorzio!
Da molto tempo Federdoc sottolinea che le Denominazioni funzionano solo laddove esistono Consorzi adeguatamente strutturati in grado di operare con efficacia.
Nel nostro Paese sono presenti oltre 500 tra Docg, Doc e Igt vitivinicole, ma circa il 90% del vino prodotto annualmente da questo insieme è appannaggio di sole 76 Denominazioni, le quali hanno, ovviamente, un Consorzio che le gestisce. Per molte piccole e piccolissime Denominazioni dotarsi di un Consorzio è pressoché impossibile.
L’eccessivo numero di Denominazioni, come più volte sostenuto da Federdoc, è un tema su cui gli stessi produttori dovrebbero intervenire. Anzi, in realtà solo loro potrebbero farlo, favorendo o promuovendo le aggregazioni, creando denominazioni più grandi oppure salvaguardando la Denominazione esistente come sottozona di una più ampia.
Le piccole Denominazioni, ma anche alcune più grandi, potrebbero essere gestite efficacemente creando Consorzi più strutturati con un incarico di tutela che comprenda diverse DO, sull’esempio pionieristico dell’Istituto Marchigiano Tutela Vini. Per onore alla categoria cui anch’io appartengo, sottolineo che l’IMT è diretto da un enologo ed ex consigliere di Assoenologi, Alberto Mazzoni.

Avevi citato un dopodomani.
Pochi se ne sono accorti ma stiamo vincendo, grazie anche alla tenacia dell’UE, una guerra epocale nata dallo stallo delle trattative in seno al WTO per la protezione delle Denominazioni. Oggi, grazie soprattutto agli accordi bilaterali, le nostre Denominazioni godono di una sempre maggiore protezione internazionale, e allo stesso tempo non possiamo non notare con soddisfazione che proprio in quei Paesi che storicamente manifestavano la maggiore contrarietà al concetto di Denominazione, come Australia, Nuova Zelanda e Usa, stanno nascendo Denominazioni di origine sul modello europeo. Cito a caso e tralascio molto: Barossa Valley in Australia, Marlborough County in Nuova Zelanda, Napa Valley, Sonoma Valley, Willamette Valley negli Stati Uniti.
Fino a pochi anni fa per questi produttori era più importante la varietà – ad esempio sauvignon blanc, cabernet sauvignon ecc. – mentre ora anche per loro è l’origine a costituire il principale valore aggiunto. Grazie al mutamento di prospettiva queste imprese potrebbero essere i nostri migliori ambasciatori presso i loro Governi quando si affrontano temi relativi al riconoscimento delle Do. Negli Stati che, tranne l’Australia, non dispongono di una legislazione sulle Indicazioni Geografiche, il successo dei vini autoctoni legati a specifiche zone di produzione consente di ribadire la validità di un assunto fondamentale, quasi scontato per noi europei: la varietà può essere copiata, mentre il territorio è unico e rappresenta un valore aggiunto solo per quelle imprese che vi sono radicate.
Come Federdoc abbiamo proposto al Governo un progetto internazionale per dialogare con queste realtà, col proposito di creare una comune cultura della Denominazione di origine: a mio avviso lo strumento mancante per chiudere mezzo secolo di guerre commerciali in questo settore.
Ho lodato l’UE, ma non dimentico che sul mercato interno abbiamo la necessità di arrivare a brevissimo termine ad una completa liberalizzazione delle vendite on-line da parte dei produttori; oggi investiamo in promozione dei territori e accoglienza in cantina (enoturismo) per poi lasciare che parte del reddito derivante da queste attività vada a soggetti terzi, che dispongono di piattaforme logistiche nei diversi Paesi dell’UE in grado di svolgere le operazioni doganali.
Per noi europei si tratta di una evidente limitazione al libero scambio.
Ritengo, infine, che i fondi del Mipaaf stanziati per la promozione della qualità agroalimentare debbano avere una congrua dotazione finanziaria, soprattutto quelli destinati espressamente alle attività di tutela e protezione delle denominazioni. Per i Consorzi di Tutela rappresentano una risorsa insostituibile, anche solo per garantire l’esecuzione delle attività istituzionali. Per fare un solo esempio, si pensi alle iniziative di protezione delle denominazioni, in modo particolare all’estero, che comportano rilevanti oneri economici ed organizzativi. Basti pensare che l’intero sistema dei Consorzi (vino e agroalimentare) investe ogni anno in controllo, vigilanza e tutela oltre 20 milioni di Euro.
Ogni politico italiano ricorda nei propri discorsi l’importante contributo del vino di qualità al successo del Made in Italy, salvo poi lasciare soli i produttori e i loro Consorzi ad affrontare le spese di salvaguardia di questo comune patrimonio. Anche su questo punto ci piacerebbe una maggiore coerenza, riportando gli stanziamenti a livelli almeno decorosi.