Vino, marchi e creatività: difendere l’identità in un mercato sempre più complesso

di Marco Giuri

Mi occupo del settore vitivinicolo da quasi trent’anni e ricordo bene come, all’inizio della mia carriera di avvocato del vino, la tutela dei marchi fosse considerata quasi un dettaglio marginale.
Pochissime aziende pensavano a registrare il nome della propria cantina o delle etichette.
La priorità era produrre un buon vino, non pensando di proteggere la sua immagine. Solo negli ultimi quindici anni si è sviluppata una nuova consapevolezza: oggi la proprietà intellettuale — ovvero quell’insieme di diritti che tutelano le creazioni dell’ingegno umano, come nomi, loghi, design e invenzioni — è diventata una componente essenziale della strategia aziendale, anche nel vino. Produrre un buon vino resta la base fondamentale. Ma oggi non è più sufficiente. La competizione è serrata, la creatività è messa a dura prova e la somiglianza tra nomi, etichette e stili è diventata terreno fertile per confusione, fraintendimenti e – nei casi peggiori – imitazioni e plagi intenzionali.
In questo scenario, il marchio non è solo una questione estetica o burocratica: è una componente strategica dell’identità aziendale, un bene da tutelare con cura.

Creatività sotto pressione: quando tutto inizia dal nome

Con centinaia di etichette lanciate ogni anno, trovare un nome originale e distintivo per un vino sta diventando sempre più difficile. Ne sanno qualcosa gli uffici marketing delle aziende del vino o i professionisti del design del settore. È inevitabile che alcuni marchi inizino ad assomigliarsi, talvolta per pura coincidenza, talvolta per scelte poco lungimiranti. Il rischio di agganciamento — cioè quello di trarre vantaggio dalla notorietà altrui — o di somiglianza ingannevole, volontaria ed involontaria, cresce a dismisura, non solo nel mercato interno, ma anche a livello internazionale. Il confine tra ispirazione e imitazione si assottiglia pericolosamente, aumentando il rischio di conflitti legali e di danni reputazionali. Quando due nomi sono troppo simili, i consumatori possono confondere i prodotti, attribuire qualità (positive o negative) al marchio sbagliato o semplicemente scegliere un vino diverso da quello desiderato.
Tutto questo si traduce in perdite economiche e concorrenza sleale.

La registrazione come prima linea di difesa

Registrare il marchio è il primo, imprescindibile passo per tutelare l’identità del proprio prodotto. Questo non riguarda solo il nome della cantina, ma anche il nome commerciale del vino, il logo, la grafica dell’etichetta, la forma della bottiglia. La registrazione conferisce al titolare il diritto esclusivo di utilizzo, consente di opporsi a marchi simili o identici, rafforza la posizione in caso di contenzioso e rappresenta un asset che può essere ceduto, concesso in licenza o valorizzato in sede di investimento. Per esperienza personale, posso affermare che questa operazione diventa cruciale anche in sede di due diligence, soprattutto quando fondi d’investimento o gruppi stranieri si interessano all’acquisto di aziende vinicole italiane. Mi è capitato più volte di assistere ad accordi saltati all’ultimo momento — anche con marchi importanti in gioco — perché non esistevano registrazioni, oppure perché i marchi non erano adeguatamente monitorati. In un settore dove il valore immateriale del brand può anche superare quello dell’infrastruttura fisica, un portafoglio marchi incompleto può significare la perdita di un’opportunità strategica o l’allontanamento di un investitore.

Etichette, bottiglie e packaging: proteggere anche il design

Nel mondo del vino, l’immagine è parte integrante del valore del prodotto. Un’etichetta ben concepita o una bottiglia dal design unico non sono soltanto strumenti estetici, ma veri e propri elementi distintivi che rafforzano la riconoscibilità e la desiderabilità del marchio. Pensiamo al primo impatto che un consumatore ha osservando uno scaffale o sfogliando un catalogo online: forma della bottiglia, colori, rilievi sull’etichetta, materiali del packaging, tutto influisce sulla percezione della qualità.
In questo contesto, la registrazione del design rappresenta un’importante tutela. Si possono proteggere etichette originali, sagome particolari di bottiglie, capsule decorate, confezioni regalo e persino collezioni coordinate tra loro. È bene ricordare che il design non protegge l’idea astratta, ma l’aspetto visivo concreto, a condizione che sia nuovo e che abbia carattere individuale, ossia che si distingua da ciò che è già noto nel settore.

Intelligenza artificiale e nuove frontiere della creatività

Negli ultimi anni, molte aziende hanno cominciato a utilizzare l’intelligenza artificiale per generare nomi, loghi, etichette e concept visivi. L’IA apre scenari affascinanti per rapidità, varietà e ispirazione, ma pone anche interrogativi legali ancora aperti. In molti ordinamenti, infatti, per ottenere la tutela del diritto d’autore o del design, è richiesto un intervento creativo umano. Se un contenuto è generato esclusivamente da un algoritmo, potrebbe non essere registrabile o, peggio, potrebbe essere replicato anche da altri. È quindi necessario rielaborare creativamente ciò che produce l’IA, registrarlo a nome di un soggetto umano e utilizzare piattaforme che garantiscano l’esclusività dell’output.

La comunicazione del brand vinicolo sui social: tra valorizzazione e tutela

Anche i social media sono diventati ormai strumenti centrali per promuovere il vino e consolidare l’identità del marchio. Ma ciò che rappresenta un’opportunità di enorme visibilità comporta anche dei rischi concreti. Ogni contenuto pubblicato online, che si tratti di un post, una storia o una sponsorizzazione, contribuisce a definire l’immagine del brand. Se un vino è tutelato da marchi registrati o design protetti, la narrazione online deve essere allineata alla realtà legale del prodotto. È vietato usare denominazioni come “Docg”, “biologico” o “senza solfiti” se non accompagnate da regolare certificazione. E ancora, non è ammissibile l’uso improprio di altri marchi nei propri contenuti, né la deformazione del proprio logo in chiave “creativa” se questo compromette la riconoscibilità e la tutela del segno.Sempre più spesso, inoltre, sono coinvolti influencer, wine ambassador o content creator. Chi promuove un vino online deve sapere che sta comunicando un prodotto giuridicamente tutelato, e deve agire nel rispetto delle indicazioni ricevute. È dunque fondamentale predisporre contratti chiari e formalizzati con questi collaboratori: va definito cosa possono dire, come devono usare il marchio, quali sono i messaggi ammessi, se c’è esclusiva, se serve approvazione dei contenuti. È un aspetto tanto importante quanto trascurato, che può diventare decisivo in caso di controversie o fraintendimenti.

Strategia di tutela: classi, territori, fasi e costi

Registrare un marchio non significa semplicemente depositare un nome. Bisogna pensare in modo strategico, selezionando le giuste classi merceologiche in base alle attività attuali e ai piani futuri dell’azienda. La Classificazione di Nizza suddivide tutti i prodotti e servizi in 45 classi. Per il vino, la classe di riferimento è la 33 (bevande alcoliche), ma spesso è fondamentale estendere la registrazione anche ad altre classi affini, come la 32 per le bevande analcoliche (vini dealcolati), la 43 per la ristorazione e le esperienze enoturistiche, la 35 per le attività di commercio e promozione, e la 29 per altri prodotti agroalimentari come l’olio.ategia più adatta, è necessario verificare che il marchio sia effettivamente registrabile, tramite un’attenta ricerca di anteriorità. Solo dopo questa fase si può procedere al deposito presso l’UIBM per l’Italia, l’Euipo per l’Unione Europea o il Wipo per i Paesi extra-UE. In parallelo, conviene attivare un servizio di sorveglianza che permetta di monitorare le nuove domande di registrazione e intervenire tempestivamente in caso di potenziali violazioni.

Il caso dei vini dealcolati e la tutela per notorietà

È vero che i vini dealcolati rientrano formalmente nella classe 32, distinta da quella dei vini tradizionali. Tuttavia, in alcuni casi specifici, la notorietà acquisita da un marchio vinicolo nella classe 33 può estendersi anche alla classe 32, offrendo una protezione trasversale. Questo accade quando il marchio è così noto da impedire ad altri di usarne uno simile, anche per prodotti diversi, ma connessi, come i vini senza alcol.
È una forma di tutela riconosciuta dalla normativa europea per i cosiddetti “marchi rinomati”, ma richiede prove concrete di fama e rischio di agganciamento. In ogni caso, resta prudente — e consigliabile — procedere con una registrazione anche nella classe 32 per evitare zone grigie e rafforzare la difesa.

Costi e strategie per una tutela sostenibile

Uno degli ostacoli più temuti — e spesso più fraintesi — nella gestione della proprietà intellettuale è quello dei costi. Registrare e proteggere un marchio, per molte aziende vinicole, è un investimento oneroso, riservato solo a grandi player. In realtà, con una pianificazione attenta e una strategia mirata, è possibile ottenere una tutela efficace senza compromettere il bilancio aziendale. I costi da affrontare si distribuiscono tra ricerca di anteriorità, deposito, assistenza professionale e sorveglianza post-registrazione. Ma è possibile ottimizzarli: selezionando i marchi davvero strategici, limitando inizialmente le classi, utilizzando le banche dati pubbliche per una prima analisi, e approfittando dei contributi pubblici disponibili. Programmi come “Marchi+” del Mimit o bandi delle Camere di Commercio locali offrono rimborsi e voucher per coprire parte delle spese sostenute.
Affidarsi a un consulente esperto fin dall’inizio consente di evitare errori che, nel tempo, costerebbero molto di più. Una registrazione ben fatta, mirata e aggiornata, si trasforma in un investimento che tutela e valorizza nel tempo tutto il lavoro svolto in vigna, in cantina e sul mercato.
Il vino italiano è un’eccellenza riconosciuta nel mondo. Ma questa eccellenza va protetta. E la protezione inizia da un marchio, un nome, un’etichetta: elementi che raccontano una storia, costruiscono un’identità e creano valore. In un mercato globale, affollato e sempre più digitalizzato, tutelare la propria identità non è solo un diritto, ma un dovere imprenditoriale.

Distinguersi è possibile. Ma bisogna volerlo — e soprattutto, prepararsi a farlo bene