Al via la riscoperta di antichi vitigni tolleranti nell’Alta Lessinia

 

In tutte le colture di interesse agrario, compresa la vite, la diffusione di materiale selezionato con una base genetica ristretta ha portato ad un accentuato depauperamento della biodiversità e ad una notevole erosione delle risorse genetiche per molte specie utilizzate nella produzione.
La biodiversità della vite è quindi a tutti gli effetti una risorsa colturale ma anche culturale dell’Italia.
La diversità biologica della vite coltivata, risultato di migliaia di anni di selezione, è determinata dalle mutazioni, dalla ricombinazione genica e dall’effetto delle pressioni selettive operate dal clima e dall’uomo ed è una eredità che la natura ci ha lasciato e che non può essere ricreata in laboratorio. Una volta distrutto questo capitale non potrà essere ricostruito e sarà perso per sempre.

Conoscere i vitigni per riconoscere la nostra storia

Se si vuole conoscere la storia di un territorio viticolo attraverso le vicende dei suoi vini è necessaria una riflessione che parta comunque dai suoi vitigni, perché solo attraverso questi è possibile riconoscere la storia degli uomini, della loro evoluzione culturale, dei cambiamenti climatici e del sistema sociale.
I vitigni, infatti, sono gli elementi stabili per una infinità di generazioni di viticoltori.
Dove i cambiamenti climatici sono avvenuti più lentamente si è evitata una erosione genetica devastante; ciò nonostante anche in Italia il ricchissimo patrimonio viticolo descritto dagli ampelografi nel Settecento e nell’Ottocento si è fortemente ridotto.
Conservare la biodiversità viticola non significa quindi mantenere le varietà di vite in una collezione ma per le profonde connessioni tra vitigno antico e cultura del luogo che lo ha selezionato e coltivato fino ad ora queste varietà devono ritornare ad essere le protagoniste dello sviluppo agricolo ed economico di questi territori.
L‘Italia ha una grande responsabilità anche in chiave di cambiamento climatico nei confronti della cultura viticola europea ovvero quella di custodire il senso della storia e della tradizione, di mantenere vivo quel rapporto che esiste tra universalità del mito e tradizione dove i segni e i simboli sono vincolati da vitigni antichi e dai luoghi che ce li hanno fatti conoscere e vivere.
Su queste considerazioni del professor Attilio Scienza dell’Università di Milano ed oggi alla guida del comitato Vini del Mipaaf è iniziato il percorso dell’associazione Graspo (gruppo di ricerca ampelografica sostenibile per la preservazione della biodiversità viticola) costituita nella sua fase iniziale da tre enologi veneti: Aldo Lorenzoni già direttore del consorzio di tutela del Soave, Luigino Bertolazzi past president della Sezione Assoenologi Veneto occidentale, Giuseppe Carcereri de Prati consulente e ricercatore.

 

L’azione di recupero inizia in Alta Lessinia

L’azione di ricerca di recupero iniziata in alcuni vigneti ancestrali dell’Alta Lessinia anche grazie ad una lungimirante visione attivata dal consorzio Lessini Durello oggi si sta estendendo ad altri contesti territoriali nazionali di grande interesse enologico.
“Se la Durella rappresenta sicuramente il più efficace marcatore territoriale viticolo dei Monti Lessini, grazie anche al lavoro fatto dai produttori negli ultimi vent’anni, crediamo sia quanto mai importante mappare in prospettiva futura quanto emerso in chiave di biodiversita viticola in questa area – spiega Aldo Lorenzoni-, sono infatti le caratteristiche peculiari di queste uve che si ritenevano scomparse a far percepire che il lavoro fatto sarà molto utile ai produttori nei prossimi anni”.
Saccola, Gouais blanc, Pontedara sono tre vitigni storici della Lessinia ritenuti scomparsi ma ritrovati e vinificati nell’ambito di questo progetto di recupero e valorizzazione in chiave di risposta al cambiamento climatico in corso.
Sono vitigni coltivati a circa 800 m di altitudine da almeno 120 anni, molti ancora sul piede Franco ed hanno delle caratteristiche produttive estremamente interessanti, una buona tolleranza allele principali malattie della vite ed una struttura acida incredibile.
Saccola e Pontedara hanno una componente polifenolica molto interessante mentre il Gouais blanc sembra essere il fratello gentile della Durello.
Giuseppe Carcereri de Prati, che ha seguito direttamente tutte le curve di maturazione nei vigneti e le fasi di vinificazione, spiega che siamo di fronte a tre vitigni con forte personalità. La Saccola, che è un biotipo della Pavana, ha dimostrato di essere molto interessante sia per una vinificazione in rosso per vini da lungo affinamento sia come base spumante grazie alla sua forza acida per una interpretazione rosata con delle caratteristiche uniche. Il gouais blanc ha bisogno di più attenzione matura due settimane prima della Saccola e può dare vini di grande finezza proprio in virtù delle sue caratteristiche primordiali.
“Lo abbiamo confrontato – conferma Luigino Bertolazzi – nella fase di abbinamento e degustazione con alcuni spumanti a metodo classico piemontesi suoi gemelli come il Liseiret e le premesse sono ottime anche per una nuova sfumatura di bollicine sui Lessini. Non per niente il Gouais è forse uno tra i più antichi vitigni del mondo, padre di oltre 120 vitigni di cui 80 oggi coltivati come lo Chardonnay ed il Gamay.
La Pontedara invece è una scoperta assoluta, le analisi del Dna fatte dal Crea di Conegliano non hanno trovato alcuna corrispondenza con vitigni ad oggi conosciuti matura tardi come la Saccola e dalle prime vinificazioni sembra avere un carattere più mansueto pur mantenendo un patrimonio acido e di colore molto elevato.
È un vitigno dotato di un buon livello di maturazione fenolica in grado di cedere facilmente le sostanze coloranti, il vino risulta intenso con toni che vanno dal porpora al violetto e con note olfattive ben definite di mora, marasca, melone e melograno.
Attualmente questi vitigni sono in fase di moltiplicazione per essere impiantati in altri reali della Lessinia e delle colline veronesi e vicentine in attesa di dare al nostro percorso di ricerca quelle risposte che guardano al futuro.

 

Luigino Bertolazzi, enologo presso affermate aziende veronesi, è esperto degustatore e divulgatore. Ha ricoperto ruoli tecnici presso la Cantina di Soave ed è stato presidente dell’Assoenologi Veneto Occidentale. Attualmente è presidente della commissione per la valutazione dell’idoneità dei vini Doc presso l’ente certificatore Siquria e collabora come formatore con le principali istituzioni del settore vinicolo.

 

Aldo Lorenzoni, enologo, dal 1998 al 2020 è stato direttore del Consorzio tutela vino Lessini Durello e del Consorzio di tutela vini Soave e Recioto di Soave. Dal 2000 è stato direttore dei Consorzi Arcole Doc e Merlara Doc. Animatore delle Strade del Vino del Soave, del Durello e dell’Arcole. È autore e coordinatore di numerose pubblicazioni sulla vitivinicoltura di questi territori.

 

Giuseppe Carcereri De Prati, enologo, si è occupato dell’azienda vitivinicola di famiglia svolgendo in parallelo l’attività di perito grandine. In seguito è stato enologo presso la cantina Sociale di Vo’ Euganeo e presso le Cantine dei Colli Berici di Lonigo. Libero professionista dal 2001, da anni è collaboratore della rivista “Vita in Campagna”, oltre ad avere pubblicato diversi articoli tecnici su riviste italiane e straniere.