A scuola di agricoltura, un’idea per ricostruire il futuro
di Riccardo Cotarella
Negli anni Sessanta e Settanta le maestre portavano i bambini a conoscere il mondo agricolo. Bastava un pomeriggio in campagna o un orto dietro la scuola per capire da dove nascesse il cibo che arrivava in tavola. Era un’altra Italia, ma era anche un’Italia in cui il legame tra l’uomo e la terra era naturale e formativo. Oggi, invece, quel legame si è quasi dissolto. Le nuove generazioni vivono lontane dai cicli della natura e le poche uscite scolastiche dedicate all’ambiente assomigliano più a una gita che a un momento educativo. Eppure proprio oggi, in un’epoca in cui la tecnologia ci ha semplificato la vita ma ci ha allontanato dalle nostre radici, dovremmo tornare a parlare di agricoltura sui banchi di scuola. Dalle elementari. Non come attività occasionale, ma come parte integrante della formazione. Perché prendersi cura della terra è il primo modo per prendersi cura del futuro. Immagino una scuola in cui, accanto a italiano e matematica, ci siano alcune ore dedicate all’agricoltura e alla viticoltura: vedere e poi magari imparare come cresce una vite, come si pota, cosa significa attendere un raccolto, quanto rispetto serve per l’ambiente e per il lavoro dell’uomo. Sarebbe un modo per insegnare valori fondamentali: la pazienza, la responsabilità, la conoscenza del territorio e delle sue risorse. Lo dico anche a ragion veduta: da docente universitario insegnando Viticoltura ed Enologia, vedo ogni giorno l’interesse e lo stupore dei giovani davanti al mondo del vino e della terra. Ragazzi ormai adulti che si avvicinano tardi a queste materie, e che avrebbero potuto maturare prima una passione autentica se avessero incontrato l’agricoltura da bambini.
Qualcuno potrebbe obiettare: “E i bambini delle grandi città?”. Ma è un falso problema. Le due province agricole più importanti d’Italia sono proprio Roma e Milano. Intorno alle metropoli si trovano aziende agricole, cascine, produttori di cereali, ortaggi, uva, olio. A Milano, per esempio, ci sono decine di cascine attive a pochi minuti dal centro. A Roma, lo stesso: l’agricoltura vive accanto al traffico, basta solo saperla cercare. Le scuole avrebbero quindi tutte le possibilità per creare un contatto diretto con chi lavora la terra. Oggi esistono già esperienze virtuose — fattorie didattiche, progetti educativi, laboratori aziendali — ma restano iniziative isolate. Serve invece una visione nazionale che riconosca all’agricoltura un ruolo formativo vero, al pari delle altre discipline. Potremmo chiamarla “educazione agroalimentare”, e al suo interno la viticoltura avrebbe naturalmente uno spazio importante, perché la vite e il vino sono parte dell’identità profonda dell’Italia.
Far conoscere ai bambini la vite non significa solo insegnare a coltivarla. Significa far capire che ogni frutto nasce da equilibrio, cura e attesa. Significa insegnare che la qualità è il risultato di competenza e rispetto. E significa anche creare un ponte tra le generazioni, in un momento in cui molte aziende agricole e vitivinicole rischiano di scomparire con i loro fondatori, perché manca chi raccolga il testimone. Educare alla terra vuol dire riaccendere la curiosità verso un mondo che non è fatto solo di fatica, ma anche di scienza, di tecnica e di creatività. E vuol dire, soprattutto, rimettere al centro un principio semplice ma dimenticato: l’uomo vive della terra, non sopra la terra. Riportare l’agricoltura a scuola non è un sogno nostalgico, ma una necessità culturale. Non possiamo affrontare le sfide ambientali e sociali del domani se non ricostruiamo il rapporto tra le nuove generazioni e la natura. E chissà, magari tra quei bambini che imparano a piantare una vite ci sarà chi domani diventerà enologo, agronomo o semplicemente un adulto capace di prendersi cura del mondo in cui vive. In fondo, il futuro dell’Italia comincia proprio da lì, da una piccola zolla di terra tra le mani di un bambino.
