Il vino sia democratico, oltre le mode e gli artifici

di Riccardo Cotarella

Il vino è democratico. È di tutti e per tutti. Nasce dalla terra, dal sole, dalla pioggia, dal vento e diventa ciò che è grazie all’opera dell’uomo, alla scienza e alla passione di chi lo guida. È il frutto della natura e insieme dell’ingegno umano, ed è proprio in questa sintesi che si compie il miracolo del vino: cultura, emozione, identità. Un miracolo che non avviene per caso, ma grazie al lavoro dei produttori e degli enologi, che interpretano la natura, ascoltano la vigna, trasformano la materia viva in un prodotto che sa raccontare un territorio, un’annata, una comunità. E se il vino è questo, allora deve restare vicino a tutti. Non può trasformarsi in un bene esclusivo, riservato a pochi privilegiati. Il vino appartiene al popolo e appartiene a ogni luogo: lo troviamo nelle trattorie di paese e nei ristoranti stellati, nei wine bar e nelle enoteche, nelle feste di piazza e nei brindisi più solenni. È ovunque, senza barriere né confini, ed è proprio questo il segreto della sua grandezza: il vino unisce mondi diversi, parla a tutti e parla di tutti. Oggi però viviamo un tempo in cui questo equilibrio rischia di incrinarsi. Assistiamo a bottiglie proposte a cifre irraggiungibili, spesso frutto più di trovate di marketing che di autentico valore. Eppure il vino non ha bisogno di artifici. Non ha bisogno di bottiglie immerse in mare o di mirabolanti operazioni pubblicitarie. Il vino non ha bisogno di patinature, è già di per sé glamour e lo è per tutto ciò che riesce ad esprimere.

La sua forza è nella verità: nella storia che un vigneto custodisce, nel lavoro quotidiano di chi lo cura, nella conoscenza scientifica e creativa che gi produttori e gli enologi applicano per dare forma al carattere di ogni annata. Per questo parlo di vino democratico. Democratico nei valori e nel prezzo. Il vino deve essere accessibile, non allontanare ma avvicinare, non spaventare ma invitare alla conoscenza. Quante bottiglie dal prezzo altissimo, per quanto rare, non sono simbolo di verità ma di lusso? La verità del vino è nella sua autenticità e nella sua capacità di accompagnare la vita quotidiana di tutti noi. Chiedo allora a chi opera nella filiera un atto di responsabilità e di solidarietà. Ai produttori, di resistere alle mode effimere e di contenere le rese quando serve. A chi lo vende, nei locali, nei ristoranti, nelle enoteche, di proporre bottiglie a prezzi giusti, perché chiunque possa avvicinarsi al vino con curiosità e consapevolezza. Un approccio più sobrio, più tecnico e più autentico lo chiedo anche agli enologi, perché non possiamo esimerci da alcune responsabilità che hanno generato la situazione che si sta vivendo. Solo così potremo ricostruire quel rapporto diretto con le persone che, negli ultimi decenni, si è in parte smarrito dietro a narrazioni complesse e talvolta distanti. Il vino è popolo, è comunità, è convivialità. Lo è sempre stato: dall’antichità alla modernità, dalla tavola familiare alla celebrazione più raffinata. Un segno che ci ricorda come il vino sia intimamente legato alla vita dell’uomo, alla festa e alla meditazione, alla gioia dello stare insieme e alla memoria di ciò che ci unisce. Per questo dobbiamo difendere il carattere democratico del vino. Dobbiamo custodirne l’anima popolare senza rinunciare alla qualità, senza cedere alle scorciatoie di facili slogan o di definizioni che spesso generano più confusione che chiarezza. Il vino non ha bisogno di aggettivi miracolosi. Ha bisogno di serietà, di rispetto, di semplicità. Il vino è nato democratico, e così deve restare. Perché il vino è la voce della terra che diventa voce del popolo. È la storia di un Paese intero che continua a farsi racconto quotidiano, brindisi dopo brindisi, generazione dopo generazione.