Il vino è il futuro e l’enologo la sua intelligenza
di Riccardo Cotarella
Esiste oggi una parola che più di ogni altra definisce l’identità moderna dell’enologo: trasversalità. Una trasversalità che non è moda, né concessione a un linguaggio generico: è la chiave per leggere in profondità un mestiere complesso che si rinnova ogni giorno e che continua a essere la spina dorsale della filiera vitivinicola italiana.
L’enologo è in vigna, prima di tutto. Interpreta il territorio, lo protegge, lo ascolta. L’enologo è in cantina, dove la conoscenza tecnica diventa arte e la responsabilità del risultato finale – quel vino che racchiude un anno intero di lavoro – si fa presenza concreta. Ma oggi l’enologo è anche nei mercati, perché conoscere i gusti dei consumatori, anticipare le tendenze, valorizzare la qualità, è parte integrante della sua missione. È nella comunicazione, perché il racconto di un vino è anche il racconto di un’identità culturale, sociale, persino spirituale. È nelle scuole, nelle università, negli incontri istituzionali, perché il sapere si trasmette e si costruisce insieme, giorno dopo giorno. La figura dell’enologo moderno è, in fondo, un ponte tra mondi: quello della terra e quello dell’impresa, quello della tradizione e quello dell’innovazione, quello della scienza e quello dell’emozione, in sintesi la figura dotata di competenze strategiche, organizzative, economiche e gestionali.
Senza l’enologo non esiste un vino che sappia davvero raccontare sé stesso. E senza questa trasversalità, il nostro settore non potrebbe guardare al futuro con la fiducia e la responsabilità che oggi richiede il tempo che viviamo. In questo quadro, la viticoltura italiana rappresenta un patrimonio unico. Un vero e proprio oro nazionale, che si declina in mille sfumature: oro rosso, oro bianco, oro rosa, oro con le bollicine. È un patrimonio che non si esaurisce, come amo spesso ricordare, perché la forza del vino italiano sta proprio nella sua capacità di rigenerarsi, di sorprendere, di rinnovarsi. Siamo un Paese che ha saputo trasformare la biodiversità in valore economico, la storia in bellezza liquida, il paesaggio in cultura produttiva. E tutto questo ha al centro una professione che fa da collante: quella dell’enologo.
Il Congresso nazionale di Assoenologi, che quest’anno si svolgerà ad Agrigento, sarà occasione non solo di confronto tecnico e scientifico, ma anche di ispirazione trasversale Tra gli ospiti attesi, infatti, figurano figure di grande spessore: il ministro dell’Agricoltura Francesco Lollobrigida, il giornalista Pietrangelo Buttafuoco, Carlo Cambi, Angela Giuffrida del quotidiano The Guardian, l’imprenditore Mario Moretti Polegato, l’europarlamentare Dario Nardella, Carlo Petrini fondatore di Slow Food, il docente Vincenzo Russo, il presidente della Regione Sicilia Renato Schifani, Sandro Sartor presidente di Wine in Moderation, il giornalista Bruno Vespa e lo chef Gianfranco Vissani. Con loro anche Andrea Barzagli, campione del mondo 2006 ed ex difensore della Juventus, oggi produttore di vino, che con la sua storia unisce sport, passione e imprenditorialità agricola. Le loro voci, i loro percorsi, i loro successi saranno un prezioso stimolo per l’intero settore: perché raccontano di come competenza, visione e determinazione possano generare valore, innovazione e bellezza. Di come il vino, oggi più che mai, sia un terreno d’incontro tra mondi diversi, ma uniti da un comune sentire: il desiderio di lasciare un segno, di costruire qualcosa che duri.
Il Congresso Assoenologi è il luogo dove tutto questo si afferma con forza. Dove la nostra comunità si ritrova, si confronta e rilancia la sua missione. Oggi più che mai, l’enologo non è una figura accessoria, ma centrale. Non è un tecnico chiuso in laboratorio, ma un protagonista del cambiamento. Non è un semplice interprete del vino: è la voce con cui il vino racconta l’Italia.

