Il vino come dono, in memoria di Papa Francesco e per tutti noi

di Riccardo Cotarella

Nella mattinata del 21 aprile, si è spento, all’età d i 88 anni, Papa Francesco, lasciando un vuoto profondo nel cuore dei credenti e di chiunque abbia trovato nella sua parola un messaggio di pace, prossimità, fratellanza. Un uomo che ha saputo avvicinare la Chiesa alla vita vera, concreta, quotidiana. Tra le tante sue espressioni che custodisco nel cuore, ce n’è una che, come enologo e come uomo, mi ha sempre colpito per la sua semplicità disarmante e, al tempo stesso, per la profondità che racchiudeva: “Non c’è festa senza vino”. Era un invito alla gioia, alla condivisione, alla celebrazione della vita. E in quel calice, che il Santo Padre invitava ad alzare, io ho sempre visto racchiusa l’essenza più autentica del nostro lavoro, del nostro mondo, della nostra umanità. Perché il vino non è solo un prodotto agricolo. Non è solo il risultato di un processo enologico. Il vino è cultura, è civiltà, è spiritualità. E per chi, come me, ha avuto la fortuna di un’educazione teologica, è anche molto di più. Il vino, nella sua dimensione più profonda, è un dono. È sempre stato un ponte tra la terra e il cielo, tra l’umano e il divino. Basti pensare alla sua centralità nella Bibbia, dove è simbolo di benedizione, di gioia, di abbondanza. Oppure alla sua funzione sacramentale nell’Eucarestia, dove diventa il sangue di Cristo, il segno di una nuova alleanza tra Dio e l’umanità. È in quel gesto, nel calice innalzato durante la messa, che si realizza la più profonda sacralità del vino: non più solo bevanda, ma mistero, comunione, redenzione.

Ma la sacralità del vino non si esaurisce nella liturgia. Il vino è sacro anche nel quotidiano, perché porta con sé il senso della cura, dell’attesa, della trasformazione. Pensiamo al lavoro di un viticoltore: alla dedizione, alla pazienza, all’amore per la terra. Ogni bottiglia racchiude una storia, un paesaggio, una stagione, una mano che ha raccolto l’uva e un cuore che ha creduto nella sua trasformazione. Questo non può che avvicinarci al sacro, perché ogni gesto che nasce dall’amore e dalla cura è, in fondo, un atto spirituale. Papa Francesco ha saputo parlare del vino anche in questa dimensione. Lo ha fatto quando ha messo in relazione la qualità del vino con la qualità delle relazioni umane, quando ha ricordato che il vino è il segno che “la festa può iniziare”, che la gioia è possibile, che la fraternità non è un’utopia ma un orizzonte concreto, da costruire ogni giorno. E lo ha fatto con quel suo stile semplice e diretto, capace di toccare il cuore senza retorica. Il vino, allora, è anche comunicazione. È linguaggio universale che abbatte le barriere, che crea legami, che unisce. In ogni parte del mondo, il gesto del brindisi è sempre un atto di incontro. È dire all’altro: “sono qui con te, condivido con te questo momento, celebriamo insieme la vita”. È comunità, è amicizia, è storia. È il racconto di un popolo, delle sue tradizioni, dei suoi valori. In Italia, questa dimensione è parte integrante della nostra identità. Il vino è la memoria dei nostri nonni, è la domenica in famiglia, è la vendemmia vissuta come rito collettivo. È la cultura che si tramanda, che evolve, che resiste. È anche uno strumento potentissimo per comunicare chi siamo al mondo: la nostra passione, il nostro legame con la terra, il nostro gusto per la bellezza.
Per questo, in questi giorni di lutto, voglio rendere omaggio a Papa Francesco non con il silenzio, ma con un gesto che lui stesso ci ha insegnato: alzare un calice. Non per dimenticare, ma per ricordare. Non per celebrare la fine, ma per onorare la vita. E la sua vita, anche nei momenti più difficili, è stata una festa della fede, dell’incontro, dell’umiltà.