La rinascita nel Salento, varietà Francavilla

di Francesca Varvaglione

La storia della riscoperta del vitigno “Francavilla” ci insegna che non tutto ciò che è fragile deve necessariamente essere abbandonato, perché spesso è proprio nella delicatezza che si nasconde un valore profondo che merita di essere compreso, tutelato e restituito al territorio da cui proviene. Il vitigno in questione nasce nella campagna del Comune di Francavilla Fontana, dal quale prende il nome, in provincia di Brindisi, e fino a pochi anni fa risultava quasi scomparso dalla scena vitivinicola italiana proprio a causa della sua fragilità e della difficoltà di gestione agronomica. È riconoscibile anche sotto la denominazione “Francaidda”, ovvero la versione dialettale del nome Francavilla, riflesso linguistico dell’identità locale e del modo in cui la cittadina viene chiamata dalle persone del posto, a testimonianza di un legame profondo e autentico con la comunità che per secoli ne ha custodito la memoria.

Un vitigno adatto alle alte temperature

La varietà Francavilla si distingue per una buona adattabilità alle alte temperature, caratteristica che si è rivelata fondamentale per sopravvivere ai limiti imposti dal cambiamento climatico e, più in generale, alle condizioni estive torride tipiche della Puglia. Questa striscia di terra, ricca di uliveti, vigneti e storicamente utilizzata come tracciamento naturale di unione tra il Salento e la Valle d’Itria, offre a questo vitigno condizioni particolarmente favorevoli a crescere in modo rigoroso ed equilibrato grazie alla composizione calcareo-argillosa del terreno, ricca di scheletro, al clima costantemente ventilato e alle forti escursioni termiche tra le ore diurne e notturne, elementi che contribuiscono in maniera determinante alla qualità finale dell’uva.

L’impegno dell’enologo Simone Santoro

Dal 2019, la determinazione, la costanza e la passione di Simone Santoro, enologo classe ‘98 cresciuto a Francavilla Fontana, laureatosi presso l’Università degli Studi di Udine, hanno permesso a questo vitigno ormai dimenticato di tornare a vivere, producendo un vino bianco ed un orange, diventando un simbolo di rinascita e autenticità per il paese che lo ospita e per l’intero territorio circostante.
Attraverso le fonti storiche è possibile individuare una presenza certa del Francaidda nella provincia pugliese già alla fine del Secondo Dopoguerra; veniva coltivato da contadini locali che ne apprezzavano le peculiarità, proprio per la sua delicatezza, unita alla sensibilità alle malattie e alle avversità climatiche, ha determinato nel tempo un progressivo declino.

Caratteristiche ampelografiche

Dal punto di vista ampelografico, il Francaidda è un vitigno a bacca bianca caratterizzato da tratti distintivi ben definiti: le foglie sono generalmente di dimensioni medio-grandi, spesso orbicolari, con lobi poco pronunciati e un lembo piuttosto consistente, mentre il grappolo si presenta di media grandezza, compatto o al massimo provvisto di una o due ali, con acini di forma sferica, di colore verdolino, ricoperti da una buccia pruinosa di spessore medio che consente una maturazione regolare ma lo rende al tempo stesso sensibile alle avversità. La pianta può essere allevata sia con sistemi tradizionali come il tendone sia con forme di allevamento più moderne come il guyot, ma in ogni caso predilige terreni argilloso-calcarei ben esposti al sole, capaci di favorire una maturazione equilibrata e di conferire ai grappoli un patrimonio aromatico più intenso e riconoscibile. Quando coltivato con attenzione e competenza, il Francavidda è in grado di esprimere un profilo unico e di grande interesse.
La sua fenologia prevede un germogliamento tra la fine di marzo e i primi giorni di aprile, una fioritura collocata tra la fine di maggio e l’inizio di giugno, l’invaiatura durante la prima decade di agosto e, infine, la maturazione dell’uva, coincidente con il periodo di raccolta, nell’ultima decade di settembre.

Esperimenti di vinificazione

Proprio in quest’ultima fase, nel 2019, il Francaidda è stato protagonista di diversi esperimenti di vinificazione condotti dall’enologo Simone, che sin dall’infanzia ha sviluppato un forte legame affettivo con il territorio francavillese, legame che gli ha permesso di non arrestarsi di fronte alla fragilità di questo vitigno, ma anzi di impegnarsi nello studio delle sue esigenze e della sua complessità. L’enologo, con uno sguardo attento al passato del suo territorio ma fortemente orientato al futuro, dopo un’accurata selezione dei grappoli, ha adottato metodi moderni di vinificazione capaci di preservare la purezza aromatica e la freschezza varietale, caratteristiche influenzate anche dalla terra rossa dalla quale il vitigno trae origine, capace di donare al vino una mineralità decisa e un colore luminoso che lo rende immediatamente riconoscibile.
Il procedimento che ha permesso, come fine ultimo, di ottenere un vino bianco di qualità, con una gradazione alcolica relativamente contenuta e un gusto capace di conservare anche le componenti aromatiche più delicate, è stato caratterizzato da una pressatura soffice e da un controllo rigoroso delle basse temperature durante la notte, necessario a favorire la decantazione naturale del mosto.
La vinificazione del Francavilla Bianco è un processo complesso che sfrutta le diverse fasi della vendemmia (precoce, intermedia e tardiva) per raggiungere un equilibrio finale. Nello specifico, una vendemmia precoce ci permette di ottenere mosti ad elevata acidità e con pH bassi.
Un ambiente acido, infatti, stimola l’attività dei lieviti selezionati dotati di enzimi b-liasi fondamentali per la liberazione dei tioli varietali. L’attività di tali enzimi è pH-dipendente e risulta ottimizzata in ambienti più acidi, i quali favoriscono il metabolismo cellulare coinvolto nel rilascio degli aromi. La vendemmia precoce, in particolare, permette di avere nei mosti una maggiore concentrazione di enzimi lipossigenasi (LOX), che favoriscono la produzione di esanoli, composti che arricchiscono il profilo aromatico. Una vendemmia intermedia, che rappresenta circa il 60% della produzione, nella quale le uve vengono raccolte con un pH intorno a 3,3 e un alcol potenziale di circa 12% vol., ed infine una vendemmia tardiva, pari a circa il 10% delle uve, fondamentale per arricchire il vino di aromi di frutta esotica, perfetto con piatti di mare e specialità della tradizione pugliese.
Dal Francaidda è possibile ottenere un ottimo Orange Wine, utilizzando solo le uve della 3° vendemmia. Le uve vengono macerate e fermentate per 33 giorni in concomitanza con la fermentazione malolattica. Il 30% del vino matura in tonneaux di rovere per 6-8 mesi mentre il restante continua a maturare in acciaio. Il Francavilla Orange con la sua macerazione più lunga e il tocco del rovere presenta un profilo più complesso e strutturato tipico dei vini orange.

Una risorsa di nicchia

Oggi il vitigno Francavilla non rappresenta soltanto una risorsa enologica di nicchia, ma anche un importante elemento di identità culturale per la comunità locale, e grazie all’impegno di giovani ricercatori e produttori sta gradualmente trovando spazio nel mercato, attirando l’attenzione di appassionati e critici e contribuendo in modo concreto alla valorizzazione dei vitigni autoctoni pugliesi. In un contesto vitivinicolo sempre più globalizzato, la capacità di raccontare una storia locale attraverso un calice di vino diventa un valore aggiunto fondamentale, e il Francavidda, con la sua delicatezza, il suo profilo aromatico distintivo e la sua storia di recupero, incarna perfettamente questi ideali, portando con sé la memoria di un territorio e la passione di chi ha scelto di salvarlo dall’oblio.

Fonti

• Del Gaudio S. e Giusto D. (1952-60a). Francavidda. In: Principali vitigni da vino coltivati in Italia: raccolta delle monografie pubblicate negli Ann. della sperim. agraria (Vol. 1). Roma: Min. Agr. e Foreste.
• Garoglio P. G. (1973). Enciclopedia vitivinicola mondiale (Vol. 1). Milano: Ed. Scientifiche.
• Giannini P., Pirolo C. S., Pastore F., Bottalico G., Campanale A., Cardone A., PRroscia A., Palmisano D., De Fuoco G., La Notte P., Savino V. N. (2006). Recupero e valorizzazione dei vitigni minori pugliesi. In: I vitigni autoctoni minori: aspetti tecnici, normativi e commerciali. Convegno nazionale 30 novembre – 1 dicembre 2006; Villa Gualino, Torino. Torino: Fondazione per le Biotecnologie.
• Vitagliano M. (1985). Storia del vino in Puglia. Roma: Laterza; Grottaglie: Banca Popolare Jonica.
• Schneider A., Raimondi S., Pirolo C. S., Marinoni D. T., Ruffa P., Venerito P., La Notte P. (2014). Genetic characterization of grape cultivars from Apulia (Southern Italy) and synonymies with other mediterranean regions, 65 (2): 244-249.
• Schneider A., Raimondi S., Civita F. La Notte P., 2018. Atlante dei vitigni tradizionali di Puglia.