Ettore Prandini: il vino ambasciatore del Made in Italy. Ora servono regole e mercati più equi
di Riccardo Cotarella
Il vino resta uno dei pilastri dell’agroalimentare italiano e un simbolo identitario capace di parlare al mondo. Ma la fase che il comparto sta attraversando è complessa e impone scelte chiare, sia sul piano politico sia su quello economico. Ettore Prandini, presidente nazionale di Coldiretti, parte da qui per tracciare una rotta che mette al centro competitività, sostenibilità e apertura dei mercati. In gioco non c’è soltanto un settore produttivo, ma un modello di sviluppo che intreccia impresa, territorio e cultura. Presidente, quanto è strategica oggi la presenza di Coldiretti nella filiera vitivinicola? “È strategica perché il vino rappresenta una componente fondamentale dell’agricoltura italiana e dell’intero sistema agroalimentare. Coldiretti è dentro la filiera non solo per rappresentare le imprese, ma per accompagnarle in una fase di cambiamento. Il comparto vitivinicolo sta attraversando un momento complesso, tra tensioni sui mercati e trasformazioni normative, ma continua a essere uno dei più grandi ambasciatori del Made in Italy. Non parliamo soltanto di export, pur importante, ma di ciò che il vino ha saputo costruire attorno a sé: paesaggio, turismo enogastronomico, recupero delle aree interne, valorizzazione dei vitigni autoctoni. È diventato un modello capace di generare valore anche per comparti che fino a pochi anni fa sembravano distanti dal mondo agricolo”.
Il riconoscimento della cucina italiana come patrimonio immateriale dell’umanità può rafforzare questo ruolo?
“Assolutamente sì. È un riconoscimento coerente con la nostra storia e la nostra identità culturale. Ora però dobbiamo essere capaci di tradurlo in un’opportunità concreta. Non basta celebrare il titolo: serve trasformarlo in un ulteriore elemento di attrazione per i cittadini di altri Paesi. Può diventare un volano straordinario per le nostre eccellenze. E tra queste il vino può fare da apripista: entra nei ristoranti, dialoga con la cucina, racconta i territori e poi accompagna il posizionamento di tutto l’agroalimentare italiano nei sistemi distributivi internazionali. È un prodotto che riesce a sintetizzare qualità, cultura e stile di vita”.
Negli ultimi anni il settore ha vissuto tensioni con l’Europa, soprattutto sul fronte normativo. A che punto siamo?
“Abbiamo vissuto una fase in cui alcune proposte europee, penso alle etichette con messaggi fortemente penalizzanti, rischiavano di colpire in modo indiscriminato il vino e altri prodotti simbolo della nostra tradizione. Si trattava di un approccio distorsivo che non distingueva tra consumo responsabile e abuso. Grazie a un lavoro di interlocuzione costante, che rivendico con orgoglio per l’organizzazione che presiedo ma che ha visto anche il contributo fondamentale del governo italiano, del ministero dell’agricoltura, di produttori e tecnici di grande autorevolezza, siamo riusciti a bloccare quelle misure. Tuttavia non possiamo abbassare la guardia. Serve continuare a promuovere una corretta informazione sul consumo consapevole e difendere il patrimonio dei vitigni autoctoni, la biodiversità e il legame con il territorio che caratterizzano il nostro modello produttivo”.
Lei parla spesso di sostenibilità. Che cosa significa oggi per la vitivinicoltura italiana?
“Significa equilibrio. Quando parliamo di sostenibilità dobbiamo considerare tre dimensioni: ambientale, sociale ed economica. Spesso si tende a concentrarsi solo sulla prima, ma senza sostenibilità economica non possono esistere né quella ambientale né quella sociale. Se un’impresa non è in grado di generare reddito, non può investire in innovazione, in tutela ambientale, in sicurezza sul lavoro o in occupazione stabile. La vitivinicoltura italiana ha fatto passi importanti sulla riduzione dell’impatto ambientale, sulla gestione delle risorse idriche, sulla tracciabilità. Ora dobbiamo garantire che questo percorso sia accompagnato da condizioni economiche adeguate”.
Il caro energia ha inciso pesantemente sui costi aziendali. Quali risposte sono arrivate?
“Il costo energetico è stato uno dei fattori più critici degli ultimi anni, sia per le aziende agricole sia per quelle di trasformazione. In dialogo con il ministro dell’Agricoltura siamo riusciti a triplicare le risorse destinate alle energie rinnovabili, in particolare per l’installazione di pannelli fotovoltaici sulle superfici delle strutture aziendali. Le risorse verranno ulteriormente implementate con nuovi bandi che consentiranno di far scorrere le graduatorie. L’obiettivo è chiaro: ridurre i costi di gestione e aumentare l’autonomia energetica delle imprese. Ma non possiamo fermarci qui. Serve un ragionamento europeo perché è paradossale che in Paesi concorrenti come Francia e Spagna l’energia costi mediamente il 30-35% in meno rispetto all’Italia. Questo divario incide direttamente sulla competitività”.
Il capitolo dei dazi statunitensi può dirsi chiuso?
“No, non possiamo considerarlo superato. Dobbiamo continuare il dialogo a livello europeo, anche se spesso l’Europa si muove con lentezza nel riconoscere la strategicità di alcuni settori. Più rapidamente si tornerà a condizioni di normalità negli scambi, minore sarà il rischio di perdere quote di mercato. Dire che abbiamo venduto quanto l’anno scorso non può bastarci. Il settore vitivinicolo italiano si è sempre distinto per la capacità di crescere, di innovare, di conquistare nuovi spazi”.
Oltre agli Stati Uniti, quali sono le altre criticità sul fronte internazionale?
“Le barriere doganali e le tensioni commerciali in diversi mercati, dalla Cina ai Paesi emergenti. In un contesto globale in cui si stanno piantando nuovi vigneti e la disponibilità di prodotto aumenterà nei prossimi anni, la concorrenza sarà sempre più forte. Per questo dobbiamo lavorare non solo sul piano commerciale, ma anche su quello culturale. Nei nuovi mercati è necessario accompagnare il prodotto con un racconto che spieghi qualità, tradizione, tracciabilità. Il vino non è una semplice bevanda: è espressione di territorio”.
C’è una priorità legislativa urgente oggi per l’agroalimentare?
“Sì, il principio di reciprocità. Non possiamo continuare a imporre regole sempre più restrittive ai nostri agricoltori e poi importare prodotti da Paesi che non rispettano gli stessi standard ambientali e sociali. Le regole devono valere per tutti. Se chiediamo ai nostri imprenditori determinati requisiti, dobbiamo pretendere che siano rispettati anche dai prodotti che entrano nel mercato europeo. È una questione di equità e di tutela del reddito delle imprese”.
Il Made in Italy è ancora il punto di riferimento globale?
“Lo è, ma dobbiamo cambiare prospettiva. Per anni abbiamo parlato di quantità prodotte. Oggi dobbiamo parlare di valore prodotto e di valore nel posizionamento. La forza del Made in Italy sta nella capacità di coniugare qualità, identità e giusto prezzo. Il vino rappresenta questa sintesi meglio di ogni altro prodotto: racchiude cultura, territorio, lavoro e innovazione. Difenderlo significa difendere un pezzo fondamentale dell’Italia nel mondo e garantire futuro alle nostre imprese e alle nuove generazioni che scelgono di investire in agricoltura”.

